Il massacro di Srebrenica e il voltarsi dall’altra parte

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8’372 morti accertati, ma alcune associazioni affermano che siano addirittura 10 mila. Quasi 50 mila gli sfollati. 2’500 circa i prigionieri.

Proprio in questi minuti, 22 anni fa, il generale serbo bosniaco Ratko Mladic e i suoi uomini stavano dando inizio al massacro della popolazione maschile di Srebrenica, città della Bosnia a maggioranza serba. Città musulmana.

Nel pieno delle guerre jugoslave degli anni ’90 e nell’ottica di creare regioni omogenee dal punto di vista sociale, culturale e religioso per (ri)portare la Serbia agli antichi fasti, quella città musulmana dava fastidio. Eppure lo si sapeva. I caschi blu dell’Onu, in teoria, erano lì per un motivo: difendere questa città musulmana dalle mire panserbe. Il fatto che poi tra loro e Mladic finì a ostriche, champagne e condanne al Tribunale dell’Aja non toglie che i soldati olandesi fossero a Srebrenica con l’obiettivo di difendere la pace e la popolazione.

Il loro essersi voltati dall’altra parte, il fallimento dell’Onu, il trionfo della violenza. Questo dovrebbe essere, ancora oggi, materia di studio. Di questo, e non di assurde teorie grazie al cielo condannate in serie anche in Svizzera, si dovrebbe discutere quando si parla di Srebrenica. Perché il più grande genocidio accaduto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato il simbolo di cosa voglia dire voltarsi dall’altra parte, pratica diffusa ancora oggi e a ogni livello.

La storia dovrebbe insegnare a non ripetere gli errori, ma anche a operare affinché non si ripetano certi atteggiamenti. Si può, con sicurezza, dire che questi 22 anni non sono serviti a molto.

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