L’erba del vicino

Nel 1996 organizzai una conferenza stampa per annunciare al mondo l’apertura del primo canapaio del canton Ticino. Il primo negozio che vendeva sacchettini profumati utili a scacciare le tarme che infestavano gli armadi dei ticinesi. Quello fu il primo. Sette anni dopo, quando successe la catastrofe, ce n’erano 75 più innumerevoli piantagioni “indoor” e non.

Sette anni dopo, quando fu evidente che dalla politica c’era poco da aspettarsi, intervenne la magistratura. Magistratura che si accanì con un vigore mai visto contro gente che per anni aveva pagato l’Iva, le tasse e che magari era pure stata spedita a lavorare in serra dall’URC.

Fu un macello. In meno di un anno tutto quello che aveva avuto a che fare con la canapa era fonte di problemi. La magistratura colpì a tutto tondo e si trovò sommersa dagli incarti; un risultato dovuto a un errore tattico macroscopico: nessuno aveva stimato l’ampiezza del mercato da contrastare. Fu però sul fronte dei consumatori che si registrarono i danni più grandi. Sette anni di bengodi! Nella peggiore delle ipotesi chi cominciò a fumare erba nel ’96, all’età di 17 anni, a 24 non era mai stato confrontato con il mercato nero dov’era stata confinata la canapa a partire dalla primavera del 2003. Nel mercato nero, con la cocaina che proprio in quel periodo si stava democraticizzando e diventava accessibile a cani e porci.

Interessante è confrontare l’atteggiamento tenuto di fronte al fenomeno dai politici di allora, e quello degli attuali politici di fronte a quello che sta per diventare “il fenomeno” della canapa light.

Prima di continuare mi preme sottolineare che “l’effetto canapai” sull’indotto del cantone fu notevole. Grazie alla canapa mangiavano circa 2000 persone e, ad esempio, tutti i fine settimana gli alberghi, le pensioni e i campeggi del Sottoceneri erano completi. La soluzione dei politici di allora fu quella di ignorare il fenomeno – se non tentare goffamente di contrastarlo – e non fu commissionato nessuno studio e nessuna ricerca utile a misurarlo, valutarlo e contenerlo, là dove necessario. Dovette intervenire la magistratura che con la canapa perse tempo prezioso che avrebbe potuto dedicare all’applicazione della Giustizia. Ma non in Ticino.

Oggi come allora ci sono politici che grazie alla canapa si tirano dietro un bell’elettorato. “Se una cosa fa male va proibita” e “se immorale ostacolata”. Sono messaggi semplici che fanno presa su tanta gente, anche se la verità è quella che se una cosa fa male e non si riesce a proibirla è imperativo controllarla. Purtroppo, di fronte a certi argomenti i cervelli si spengono e pancia e/o l’uccello mettono il turbo.

Un cliente della mia ditta (www.irx.ch – scusate l’intermezzo pubblicitario, ma devo compensare i mancati indotti da appalto pubblico diretto) vuole investire nel mercato della canapa light che nel nostro Paese è legale (non è psicoattiva). In tutta la Svizzera sembrano averlo capito; non in Ticino dove non si può non notare un certo ostracismo; il comportamento isterico e schizofrenico delle autorità locali e il tenore delle interrogazioni che arrivano in governo, mi obbligano ad essere molto prudente.  In altri cantoni, dove la certezza del diritto è garantita, già si stanno insediando e sviluppando industrie ticinesi all’avanguardia. Sede fuori cantone che probabilmente consiglierò anche al mio cliente.

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