Niente sciopero, siamo svizzeri

Di Roberta Condemi

“Lo sciopero che sta interessando la navigazione sul lago Maggiore sta palesando un modo di fare non nostro, non svizzero. Dietro a tanto rumore, c’è chi con destrezza e astuzia sfrutta situazioni di disagio. E’ così che agiscono certi agitatori della sinistra sindacale: strumentalizzano le difficoltà delle persone per fini politici e di “bottega”, anche a costo di violare la legge. (…) Ma è lo sciopero ad oltranza che più di tutto sta palesando un modo di fare non svizzero, Nel nostro sistema caratterizzato dalla cosiddetta pace sociale tra lavoratori e imprenditori, gli scioperi servono ad attirare l’attenzione sulla questione da dibattere. Ma poi si torna al lavoro in maniera responsabile, nell’interesse del servizio o dell’azienda, e si cercano soluzioni appunto nel dialogo e non nello scontro (…) Uniamo le forze per ricordare-ancora una volta- alla Berna capitale quali sono i problemi del Ticino: quella della navigazione è una delle tante storie di concorrenza nel mondo del lavoro, che va difesa, ma con metodi svizzeri e non di importazione.”

 Questo lo stralcio della dichiarazione rilasciata da Norman Gobbi in merito allo sciopero che 34 dipendenti ticinesi di una società italiana di navigazione stanno portando avanti da giorni per protestare contro il licenziamento collettivo deciso dalla società stessa, e concordato con le autorità elvetiche. Si tratta di parole molto dure, che hanno suscitato diverse reazioni nel mondo politico.

Il Consigliere di Stato leghista, infatti, ha posto l’accento sul modo di protestare dei lavoratori in questione, indignandosi perché non svizzero, ma “di importazione”. Il che può far sorridere, ma di certo non stupisce, dato che il principale leit motiv della politica della Lega dei Ticinesi è il motto “prima i nostri”. E, coerentemente agli ideali del suo partito, Norman Gobbi suggerisce di applicarlo anche alle proteste di lavoratori che stanno per essere licenziati. Dunque “prima i nostri” metodi di protesta! Ma siamo sicuri che lo sciopero non rientri tra questi?

L’ordinamento giuridico svizzero sembrerebbe indicare il contrario. La Costituzione Federale della Confederazione Svizzera, innanzitutto, tutela lo sciopero, cristallizzandolo come diritto costituzionale e dunque al vertice delle fonti del diritto: in parole povere, sancendolo come diritto inviolabile in tutti i venti cantoni e sei semi-cantoni. L’art. 28 della Costituzione Federale infatti recita:

“I lavoratori e i datori di lavoro nonché le loro organizzazioni hanno il diritto di unirsi e di costituire associazioni a tutela dei loro interessi, nonché il diritto di aderirvi o no. I conflitti vanno per quanto possibile composti in via negoziale o conciliativa. Lo sciopero e la serrata sono leciti solo se si riferiscono ai rapporti di lavoro e non contrastano con gli impegni di preservare la pace del lavoro o di condurre trattative di conciliazione. La legge può vietare lo sciopero a determinate categorie di persone. “

Seppur cautamente rispetto ad altre Nazioni, in Francia e in Italia ad esempio lo sciopero è strumento usatissimo e sacrosanto, la Svizzera ammette il diritto dei lavoratori a protestare ed associarsi a tal fine. La formazione di sindacati è ammessa e lo sciopero è lecito, purché riguardi questioni di lavoro e non contrasti con la pace del lavoro. Dunque, la violazione di legge, paventata da Gobbi, da parte del lavoratori e dei sindacati non sussiste. Che l’associazionismo dei lavoratori e le manifestazioni di protesta organizzate in tale ambito siano lecite lo si ricava anche dal codice delle obbligazioni (CO).

Ai sensi dell’art. 336 comma secondo CO, che disciplina la disdetta del rapporto di lavoro, la disdetta è abusiva se data (…) a) per l’appartenenza o la non appartenenza del lavoratore ad una associazione di lavoratori o per il legittimo esercizio di un’attività sindacale da parte del lavoratore; (…)”

Inoltre, la disdetta è abusiva se data: “b) perché il destinatario esercita un diritto costituzionale, salvo che tale esercizio leda un obbligo derivante dal rapporto di lavoro o pregiudichi in modo essenziale la collaborazione nell’azienda. “

Infine, sciopero e associazionismo dei lavoratori sono regolati anche nella Convenzione n. 87 concernente la libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale adottata in seno alla Conferenza internazionale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO) e sottoscritta dalla Confederazione Elvetica nel 1945. Queste regole non sono trascurabili perché, in virtù dell’art. 5 della Costituzione Federale e dell’art. 26 della Convenzione di Vienna (ovviamente anch’essa sottoscritta dalla Svizzera), il diritto internazionale prevale sul diritto interno.

Detto ciò, Gobbi nella sua dichiarazione ha menzionato la pace del lavoro, a ragione perché effettivamente è un principio tutelato dalla Costituzione ed ispiratore dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori. Tuttavia, Gobbi lo ha citato come unico strumento possibile a disposizione dei lavoratori per far valere i propri diritti. Lo sciopero, secondo le parole del consigliere leghista, sarebbe uno strumento per “attirare l’attenzione” sui problemi da discutere e semplicemente l’incipit di un dibattito da condurre necessariamente dialogando. Ciò non è affatto vero.

L’idea della pace del lavoro è apparsa in Svizzera negli anni ’30 del secolo scorso, all’epoca delle corporazioni lavorative. Contrariamente a quanto si può pensare, essa non è mai stata uno strumento per interdire il diritto di sciopero, ma si tratta di un accordo, incluso nelle convenzioni (contrattazioni) collettive, stipulato tra organizzazioni padronali e sindacati. La prima convenzione della pace del lavoro fu firmata nel 1937 tra l’associazione svizzera dei costruttori di macchine e industriali metallurgici e i diversi sindacati del settore , tra i quali alcuni aderenti all’Unione sindacale svizzera (USS) di ispirazione socialdemocratica che raggruppa la maggioranza dei sindacati in Svizzera.

Questa convenzione sulla pace del lavoro tendeva principalmente a fissare una procedura volta ad evitare i conflitti di classe, affermando un interesse comune tra padroni ed operai. In seguito, le organizzazioni padronali e sindacali degli altri settori adottarono lo stesso principio nelle loro contrattazioni collettive (CTT) e ancora oggi clausole sulla pace del lavoro compaiono nelle CTT: queste implicano che, per tutta la durata dell’accordo, i sindacati firmatari si asterranno dal proporre sciopero. Tuttavia, secondo la pace del lavoro relativa, ci si astiene dallo sciopero che riguardi solo le questioni regolate dal CTT.

Dunque la pace del lavoro è parte pregante della democrazia svizzera fondata sulla concordanza, ma non è assolutamente un motivo per esclusione del diritto di sciopero, che è un diritto costituzionalmente garantito ai cittadini svizzeri.

Lo sciopero, sebbene extrema ratio, è uno strumento importante e (anche) di tradizione svizzera del quale i lavoratori possono servirsi per far valere i loro diritti. Un mezzo da utilizzare, pacificamente, per sollevare questioni particolarmente gravi. Come lo è quella della perdita del lavoro di 34 dipendenti ticinesi e residenti in Ticino.

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