Bolt, il dio che fu schiavo e divenne uomo

Di Libano Zanolari

Il dio che più di 200 anni fa aveva rapito per una notte una ragazza nella selva africana aveva deciso che la sua creatura avrebbe chiuso la straordinaria avventura tesa a riscattare un intero popolo come un qualsiasi umano, cancellando un copione che noi avevamo  già scritto: Bolt doveva vincere anche la sua ultima gara. Il mondo intero lo voleva.

Ma il dio nero con un colpo di genio cambia il finale e ne aumenta la gloria: perché sarà proprio la sconfitta subita ieri, il 5 agosto 2017, a Londra, sulla stessa pista dove Bolt aveva vinto per la seconda volta 100 e 200 ai Giochi Olimpici, a rendere immortale (di riflesso) il giamaicano che in due anni (2008/2009) al culmine del suo fulgore, corse i 100 metri in 9”69 a Pechino e in 9”58 ai mondiali di Berlino, toccando una punta di velocità di 43,92km l’ora; vinse i 200 in 19”30 e portò il mondiale a un 19”19 in netto anticipo sull’evoluzione dei tempi. Ora possiamo capire e apprezzare meglio le sue imprese, ora che Bolt è uno di noi, e possiamo capire quanto l’opera del dio fu laboriosa: al punto che molti misero in dubbio le sue virtù. Sull’esempio di certi suoi lontani parenti del monte Olimpo, aveva deciso d’immischiarsi nelle vicende umane, dimenticando talvolta di essere un dio: d’altronde aveva gli umani li aveva fatti a sua immagine e somiglianza, qualche dubbio, qualche  assenza, persino una certa confusione, ci potevano stare.

Il giovane Bolt sopravvisse alla tratta degli schiavisti neri, crudeli come e più dei bianchi che l’avevano trascinato

sulla costa senza cibo, senza riposo, a bastonate. Sopravvivevano solo i più forti, esattamente quanto volevano i padroni. Li vendevano meglio. Sopravvisse anche ai lunghissimi viaggi per mare, arrivò a Trelawny quando gli inglesi strapparono la “Xamayca”  agli  spagnoli che avevano sterminato i “taino” e gli “arawak”, riuscì a fuggire dalle piantagioni e si unì alla prima rivolta dei “maroon” nel 1831, soffocata con una falsa promessa di liberazione che li indusse alla resa e fini con l’ impiccagione di 400 attivisti. Ad ogni canna da zucchero tagliata, ad ogni bastonata ricevuta, ad ogni fratello ucciso il dio scolpiva Bolt nella carne e nello spirito, come Giacometti l’homme qui marche nella creta: e come l’artista non era mai contento della sua creazione. Quanto lavoro, quanto dolore era ancora necessario?

Per  un certo periodo Bolt, deportato con altri ribelli nella Sierra Leone, dopo l’ennesima rivolta, ritornò alla sua terra d’origine, prima di intraprendere di nuovo la via per la Giamaica, dove nel frattempo il rapporto fra signori bianchi e schiavi neri era di 1 a 20. Troppo per poter comandare ancora a lungo. La schiavitù fu abolita nel 1865. Il dio sembrava ritornato sulle vette dell’Himalaya, ma quando seppe che un francese, tale De Coubertin, radunava i ragazzi più veloci di tutti i villaggi del mondo, provò di nuovo interesse per le vicende umane, e riprese il suo lavoro. A ogni miglioramento del sistema sociale, ad ogni scuola, ad ogni ospedale fondato, lavorava al suo progetto: un centimetro di altezza in più, caviglie sempre più potenti, tendini infrangibili, cuore più forte, falcata sempre più ampia: si fermò quando la portò a una media di 2 metri e 44 a passo sui 100 metri in occasione del primato del mondo di 9″58.

Solo i più forti, in una specie di selezione darwiniana, erano sopravvissuti: i loro figli erano destinati prima o poi a dar vita a un Usain Bolt, nato il  21 agosto 1986 nella conte di Trelawny, dal nome di Sir Willams Trelawny che la fondò nel 1770, arricchì se stesso e la Corona britannica usando gli schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero come bestie.

Ora il cerchio è chiuso. Il Bolt che cerca di ingannare se stesso dopo l’orrenda partenza (quasi inciampa) al primo turno, il Bolt che non forza in semifinale e sorridendo non va a prendere il giovane Coleman, (“ti batto di sicuro in finale!”) è un crudele inganno del dio, una beffa: gli aveva dato l’impressione di poter vincere ancora, seppur di poco. Ma Bolt, a due ore e mezza di distanza, non ne ha più: il suo 9”95 è quando ha potuto dare. Il sorriso del superuomo che vince, e ha persino il tempo di godere di se stesso, si tramuta in una smorfia di dolore. Bolt stringe i denti come uno di noi, ed è solo terzo dietro a Gatlin e Coleman. Un colpo di genio del dio nero che serve a mettere ancor più in risalto il suo recente passato abbiamo detto, ma ci corre un dubbio: e se il dio a un certo punto fosse stato invidioso della sua creatura dandogli l’illusione di poter vincere ancora per riportarlo sulla terra?

Ti abbiamo amato Bolt. Quanto ti amiamo.

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