Charlottesville, l’Italia e la Svizzera

Relegare i fatti di Charlottesville, in Virginia, come un problema solo americano sarebbe fuorviante. Perché sono fatti in fondo semplici, ma che vanno magari ricordati.

L’amministrazione comunale di Charlottesville decide di rimuovere una statua del generale Lee. George Edward Lee fu comandante in capo delle forze confederate durante la guerra di secessione americana. Una guerra civile che ha lasciato una profonda cicatrice nella società americana chiedendo un costo enorme per l’epoca, di quasi 800’000 morti solo tra i militari.

Lee era un prodotto di West Point e fece semplicemente bene il suo lavoro, d’altronde l’inizio della guerra fu a favore del sud, che seppur con mezzi minori vantava la gran parte delle accademie militari e di conseguenza aveva ottimi quadri. Ma pochi sanno che il generale Lee, dopo la guerra, fu uno dei maggiori fautori della riunificazione americana, rigettando gli estremismi sudisti che invece spingevano di nuovo verso la divisione. Un uomo di guerra, un bravissimo artigiano della battaglia, ma soprattutto un uomo sensato che amava il suo paese.

Nella distorta mente dei suprematisti bianchi, della feccia del Klan e dei nazisti dell’Illinois, Lee diventa simbolo del peggio pensiero che si possa immaginare in una nazione creata da immigrati e schiavi: il povero generale, inconsapevolmente diventa idolo di chi crede che solo i bianchi cristiani di origine anglosassone abbiano diritto di esistere negli USA. A Charlottesville, Virginia, i suprematisti e l’accozzaglia (di poche centinaia di persone invero) razzista si stringono intorno al monumento, per loro simbolo del primato della razza bianca su quella nera. Guardate i video di quella manifestazione e tremate per il disgusto. Le facce, le urla, le fiaccole e a questo aggiungete le bandiere americane, quelle sudiste, le croci celtiche e quelle naziste.

Ora provate a ribaltare la cosa e ad ambientarla in lidi più nostrani, anche se a dire il vero gruppi di sinistra assimilabili ai neonazisti o al Ku Klux Klan non ce ne sono. Immaginate il nostro presidente, Doris Leuthard, che non solo non condanna gli estremisti di sinistra che devastano Zurigo il 1 maggio, ma che tace e incassa i ringraziamenti che so, del leader di un gruppo paramilitare stalinista. E una volta sotto pressione da parte dell’opinione pubblica e dei media, dice che sì la violenza è da condannare ma che poi sono stati quelli di destra in fondo a provocarli. Ne capite l’aberrazione, vero?

Eppure il presidente di tutti gli americani è pronto a dividere l’America, e a creare i presupposti di una nuova guerra civile, fatta di atti di terrorismo come quello di Charlottesville. Perché se è terrorismo un simpatizzante dell’Isis che falcia la folla a Nizza, lo è anche un coglione di fondamentalista nazista bianco che si cimenta nello stesso simpatico sport in Virginia.

La stessa cosa succede comunque in Italia e in Svizzera, dove certi politici, che fanno i piromani per poi accorrere come pompieri, soffiano sul facile fuoco dell’odio razziale per raggranellare voti. Poco importa se il tessuto sociale si spacca, se l’odio e la rabbia sgorgano come sangue dalle ferite. Questo è il servizio grande che fanno al loro amato paese. Questo è l’inferno che fomentano per cavalcarne lo spegnimento. Persone come Trump, Salvini, e anche Quadri, ma sì, mettiamoci anche lui, cambiano i paradigmi del pensiero, convincendo la gente che il negro in fondo è davvero uno schiavo, uno inferiore, come l’ebreo o il rom o il profugo. E anche da noi siamo in grado di vedere i frutti del Salvini-Trump-Quadri pensiero quando ci sono persone che insultano regolarmente la presidente della camera Boldrini, Manuele Bertoli o la povera eritrea defenestrata che riposa ora nella sua terra.

Questo è quello che servono al popolo sul piatto di portata. Cosa vi danno? Nulla, solo rabbia, violenza e l’illusione di essere migliori degli altri per diritto divino. Ma al saldo, ragazzi, in mano avete un pugno di mosche. Perché se domani non ci fossero più neri, ebrei, rom e profughi, non solo i nostri paesi crollerebbero come castelli di carte, ma non ci sarebbe un solo posto di lavoro in più, le casse malati continuerebbero ad aumentare e la disoccupazione anche. Ma qualche coglione starebbe allegro sulla pira del fuoco che ha acceso, come Trump, un idiota che griderebbe vendetta al cielo in ogni paese e in ogni partito. Un inetto, imbranato e debole a tal punto da doversi inchinare al leader del Ku Klux Klan.

“Fai l’America grande ancora”. Certo. Grande, solitaria, bianca e cristiana, con l’immensa arroganza di escludere più della metà degli americani che questa America l’hanno costruita.

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