I Bagni numero 24

Di Antonia Bremer

Le vacanze al mare cominciavano dopo aver oltrepassato le uscite autostradali di Bologna San Lazzaro e Bologna Borgo Panigale, quasi fossero le colonne d’Ercole, che si lasciavano alle spalle il puzzo della pianura padana appena concimata puntellata di papaveri rossi, l’odore degli autogrill, e il gusto del panino con la mortadella.

Il sole tiepido della prima mattina entrava dai finestrini abbassati – ma non troppo altrimenti l’aria fa male – del maggiolino VW che era riuscito a superare indenne, come una sorta di iniziazione, i caselli autostradali, interminabili code e FIAT ferme sull’asfalto rovente con il cofano fumante aperto. Erano gli anni ’70 e si partiva in cinque: due adulti davanti e tre bambini dietro seduti tra un bagaglio e l’altro.

A Cesena c’era il punto del non ritorno, la luce diventava pallida, l’aria più morbida e quel “Mamma, quanto manca?” si trasformava nel tormentone che avrebbe accompagnato i genitori fino alla meta. Ancora oggi per me la parola Cesena ha il sapore esotico di piadina, secchiello, paletta, formina e Bagni 24. Già, perché la prima cosa che dovevi ripetere come un mantra e tenere a mente una volta posato il primo piede sulla sabbia, era il numero del bagno, lo stabilimento balneare, una sorta di assicurazione ai Lloyd che i tuoi genitori stipulavano nel caso tu ti perdessi tra un’andata e un ritorno di trasporti eccezionali di acqua marina nel secchiello dal mare alla foresta di ombrelloni. Ed era già tanto se per i primi tre giorni potevi mettere i piedi nell’acqua. Il bagno si faceva solo dopo tre giorni altrimenti ci si ammalava e il Lacteol, una pastiglia di fermento lattici vivi antesignana dello yogurt bifidus actiregularis, veniva somministrata durante tutta la prima settimana di mare per annullare preventivamente ogni maledizione intestinica che, altrimenti, ci avrebbe perseguitato per tutto il resto delle vacanze.

E dopo tre giorni, effetto Lacteol permettendo, guai a entrare in acqua se non erano trascorse almeno tre ore dall’ultimo pasto. Per questo motivo il mare si popolava alle 11 di mattina e alle 16 nel pomeriggio. Queste regole vigevano per tutti i bambini ed erano le regole universali non scritte della Riviera Romagnola, un rito collettivo. Gli unici a fare eccezione erano i bambini tedeschi che entravano e uscivano dall’acqua come e quando volevano, nessuno correva ad asciugarli o a cambiargli il costumino e non si ammalavano mai. E se chiedevi loro: “Tu mangiare Lacteol?” loro ti guardavano imbambolati perché ignoravano spudoratamente cosa fosse il Lacteol.

La merenda era costituita dal bombolone fritto alla crema o dallo spiedino di uva caramellata. Si giocava con le biglie con stampati i ritratti dei ciclisti, si costruivano le piste con i ponti e le gallerie, i vulcani, si scavavano buchi fino a trovare l’acqua e ci si scambiava il Topolino. Il primo giorno che arrivavi in spiaggia davi un’occhiata di ricognizione e via, trovavi sempre un bambino con cui giocare che conoscevi dall’anno prima e, tempo di un paio di giorni, si era già formato il gruppetto che anno dopo anno ritrovavi quasi sempre uguale. E i bambini new entry li si apostrofava semplicemente così: “Vieni a giocare?” Non eri mai solo, non eri mai fermo. Le cento lire che prima spendevi per il tuo turno sull’automobilina, pochi anni dopo le spendevi per ascoltare dal jukebox “hai davanti un altro viaggio e una città per cantare, guardo il mondo da un oblò mi annoio un po’ tì, aamo, ti amo tì, aamo, seconda stella a destra quello è il cammino e poi dritto fino al mattino, noi siamo i figli delle stelle” mentre leccavi il Cornetto Algida cuore di panna e guardavi con altri occhi il ragazzino che ti piaceva e con il quale fino all’anno prima avevi giocato con le formine.

Erano gli anni della crema solare al cocco e alla carota che, indipendentemente dal fototipo, ci faceva sembrare tutti parenti di primo grado dell’ultimo dei mohicani, gli anni delle espadrilles, delle ciabatte indiane, dello shampoo alla mela verde, delle treccine e delle tunichine bianche che facevano tanto Laguna Blu, dei marocchini che vendevano camicie azzurre a strisce con il collo alla coreana, delle prime uscite da soli sul pedalò di giorno e in risciò alla sera, del ritrovarsi sul muretto vicino alle cabine a chiacchierare e prendersi in giro e delle giocate a pallavolo al tramonto sulla battigia. Nelle pensioncine il pesce si mangiava al martedì, il pollo si mangiava al giovedì, la domenica a mezzogiorno lasagne e torta e alla sera piatto freddo. Il buffet non era ancora stato inventato, il menu era uno solo per tutti.

Mi ricordo poi di quell’anno in cui il baretto della spiaggia incrementò notevolmente le vendite. Fu grazie a un ringalluzzimento ormonale che subirono i signori uomini dei Bagni 24, quelli che prima se ne stavano in panciolle sdraiati sul lettino sotto l’ombrellone con la Settimana Enigmistica, che ogni mezzora si recavano al baretto per bersi un caffè solo per dare un’occhiata di sbieco, di nascosto dalla moglie concentrata sull’uncinetto, alla vichinga Inge: era stato liberalizzato il topless sulle spiagge italiane.

Dopo tanti anni sono tornata ai Bagni 24. Una parte della spiaggia è stata sacrificata a mini club con animatrice e parco giochi con baby sitter, c’è l’idromassaggio, la palestra, la televisione sotto il gazebo, il Wi-Fi, ma l’insegna è sempre quella “da Serafino – Bagni 24”. Il figlio del bagnino, che faceva parte della combriccola, è diventato lui stesso bagnino, ci siamo riconosciuti. Abbiamo fatto una bella chiacchierata, ci siamo aggiornati su chi non c’è più e un velo di malinconia è calato sulla nostra infanzia.

Poi ho chiesto se avesse più rivisto qualcuno del nostro gruppo e, inaspettatamente, lui mi fatto il nome del ragazzo Cornetto Algida cuore di panna e mi ha detto che non aveva mai smesso frequentare i Bagni numero 24, ci tornava ogni anno con la sua famiglia e che era partito il giorno prima che arrivassi io.

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