I problemi del Ticino? Solo melma

Il potenziale del Ticino è davvero infinito, mi si passi l’iperbole, ed è lenito da una classe politica bene al di sotto delle attese oltre che da un’innata e masochistica predisposizione a concentrarsi sul futile.

In più, negli ultimi mesi, si è diffusa la concreta convinzione che i politici e la magistratura possano agire in una specie di zona franca, non pagando i propri errori e scaricando le proprie responsabilità, incontrando peraltro il favore della parte più mentalmente anoressica della popolazione.

I problemi ci sono, eccome se ci sono. Lavoro, sicurezza, viabilità, percezione della capacità della cosa pubblica… l’elenco è molto lungo.

La natura intrinseca dei problemi, però, nasconde già la loro soluzione. La distorsione secondo cui a problemi complessi devono corrispondere soluzioni complesse è biasimabile. Non c’è sempre necessità di una teoria della relatività per progredire, il progresso è un percorso soprattutto mentale, fatto di piccoli passi.

Il futuro, al contrario della storia, lo possiamo solo immaginare e, di conseguenza, sarà come lo immaginiamo giorno dopo giorno. E se, grazie soprattutto all’incapacità governativa, lo immaginiamo pieno di disoccupazione, esclusione sociale, economia fiacca e frontalieri, questo avremo.

Torniamo all’essenziale: il Ticino non ha limiti. Ripetiamolo come un mantra: il Ticino non ha limiti, il Ticino non ha limiti, il Ticino…

L’uso sotto traccia delle possibilità del Cantone è dovuto alla classe dirigenziale che pensa sul brevissimo termine, che non ha una visione completa, che non ascolta nessuno e che esclude ogni capacità di confronto. Complici, della discesa del Cantone, i grandi attori economici che navigano a vista e, a seguire ma solo di una lunghezza, i media che continuano a raccontare ciò che succede senza spiccare il volo e spingere il Ticino che verrà. Sono mali oscuranti, che costringono a entrare in un tunnel, ma non sono mali incurabili.

Se le tende bruciano, la carta da parati si stacca dalle pareti, il divano prende fuoco e il bollitore in cucina fischia già da un po’, è decisamente inutile stilare l’elenco delle priorità per ripristinare la situazione. La casa sta bruciando, prendi ciò che può servirti per i prossimi giorni, esci e chiama i pompieri.

Il fatto è proprio questo. Gli individui (tutti i 95 che siedono a Bellinzona), stanno litigando su cosa fare prima, tra l’altro con scarsissima concertazione. Gli attori economici ne approfittano, perché mentre sono tutti a soffiare sul divano, entrano in cucina e fregano l’argenteria. (È una metafora, facciamo a meno, per una volta, del bacchettone che vuole sottolineare di non avere mai rubato niente? Grazie).

I media titolano: “la casa brucia”. Ce ne fosse uno che titola “la casa brucia, ecco gli spunti per ricostruirla meglio”.

Il Ticino è malato di osteoporosi e chi dovrebbe curarlo, peraltro nessuno di questi è medico, pensa a come incerottare il Cantone ma nessuno (o pochissimi, ma un fuocherello non basta a sciogliere il Polo Nord), pensa a curare la malattia, solo i sintomi, sperando che un evento fortuito (che non esiste), un’improvvisa sovversione delle leggi della fisica, dell’economia e delle scienze sociali in genere o un miracolo possano aggiustare tutto. Se Dio esiste ha certamente altro da fare, il Vudù è una religione affascinante, la Kabala serve a ben altro e, alla fine, resta solo il lavoro. Quello serio, intelligente, proattivo. E qui cascano tutti.

C’è un’enorme spaccatura tra ciò che è e ciò che va fatto. Chiunque svolge una professione in cui si applicano principi di diagnostica sa che la diagnosi può essere complessa, la cura lo è decisamente meno. A patto che una cura ci sia, ma il Ticino è un malato tutt’altro che spacciato, a meno che i ticinesi non decidano di dare ancora fiducia ad una compagine di governo che non sa governare.

La strada da seguire passa dal rilancio dell’occupazione, che può essere ripristinata solo abolendo quello sciocco liberismo economico pensato male, costruito peggio e attuato in modo pessimo. E qui non c’è scampo, neppure per la Lega che da un quarto di secolo predica bene, razzola malissimo ed evita il dicastero dell’economia, limitandosi a criticarne l’operato.

La strada da seguire passa attraverso istituzioni serie e competenti, aperte al dialogo e alle soluzioni. Ho sentito più soluzioni intelligenti (e praticabili) da parte di persone comuni che dai politici.

Sia chiaro: i ticinesi non auspicano che il Cantone diventi la nuova El Dorado, chiedono maggiore concertazione nel mondo del lavoro (dal Parlamento nessuna legge intelligente), chiedono che gli URC siano più centrati e puntuali (Montorfani appare in video solo quando, per normali oscillazioni stagionali, la disoccupazione cala di un paio di decimi di punti percentuali), chiedono sicurezza sul territorio.

Fino a quando nessuno darà risposte praticabili, serie e almeno parzialmente risolutive, i problemi del Ticino resteranno melma. Fino a quando i promotori di “Prima i nostri” parleranno di autorità arroganti quando cassano quell’obbrobrio concettuale che sono riusciti a partorire, i ticinesi verranno presi a schiaffi.

Fino a quando alle urne si premieranno le promesse e non i lavori in corso d’opera, i ticinesi saranno la causa dei loro mali.

Gli attuali concetti di impiego e di economia nel suo insieme sono vecchi, finiti, morti. Mentre tutti si scannano in modo ridicolo per trovare il sistema di bloccare il dumping salariale o il costante aumento del numero di frontalieri, a nessuno viene in mente di forgiare un nuovo modello di impresa. Non è un’idea rivoluzionaria né nuova. È un’idea che può essere messa in pratica da persone competenti che hanno capito come evolverà il mondo nei prossimi 10 anni. E se chi ha scelto di fare politica in modo attivo ritiene che aggiornare la propria forma mentis sia molto più faticoso che continuare a denunciare problemi che esistono, è perché non ha ancora cominciato a fare il proprio lavoro.

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