Il “guagliò” del leopardo, c’è o non c’è?

Di Nicoletta Barazzoni

Come inizia il Festival del film di Locarno entra in scena il videoclip del leopardo, che se ne esce, con passo felpato, muovendosi tra i colori del Pardo, congedandosi con un guagliò, pronunciato alla napoletana.

Sarà che il ruggito della belva ha un richiamo onomatopeico, e un certo suono gutturale, che si avvicina alla parlata napoletana, ma sta di fatto che il gattone, dal manto fulvo e dorato, costellato di rosette, con il suo incedere imponente, simbolo adottato dal Festival, nella sua battuta, tipica della Campania, mi piace assai. Se non ci fosse questo spot sarebbe come dover rinunciare a quel carattere meridionale, senza il quale non ci sarebbe passione, sangue e fermento, in una commistione di genialità e sentimenti. Mi ricorda il grande Totò, Mario Castellani, De Filippo, Salemme, Massimo Troisi, Sophia Loren, Valeria Golino, Paolo Sorrentino, Alessandro Siani, Mauro Martone e moltissimi altri personaggi partenopei, senza escludere i più attuali e giovani Rocco Hunt e Nico e i suoi desideri, con le loro cantate rap, made in Napoli.

È possibile che il ruggito finale sia solo un ruggito senza nessun rimando al tipico saluto al ragazzotto di Napoli, al guagliò dei quartieri poveri, lo scugnizzo un po’ imbroglione, che si arrabatta con espedienti d’ogni tipo. E quindi è possibile che sia solo il frutto della mia immaginazione e che il verso animalesco non abbia nulla a che vedere con ciò che affermo. Sta di fatto che, ad ogni proiezione, annuncia l’inizio dello spettacolo, e ogni volta che fa la sua apparizione, lo guardo e lo aspetto con simpatia perché mi piace anche solo pensare che ci possa essere uno scanzonato desiderio di ricordare la tradizione e la cultura cinematografica napoletana, alleggerendo anche un po’ la serietà e l’impegno della visione.

Senza, il leopardone il Festival non ruggirebbe come vorrei.

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