Il triste complottismo di Foa

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Forse siamo gli unici a pensare che chi si occupa del maggiore e più autorevole quotidiano ticinese, un giornale con decine di migliaia di abbonamenti, dovrebbe avere almeno una certa deontologia professionale. Diciamo che se Marcello Foa fosse solo amministratore del Corriere il problema sarebbe meno serio. Ma Foa si intromette spesso e volentieri nelle questioni editoriali, entrando anche inevitabilmente in rotta di collisione col direttore Fabio Pontiggia.

Foa rappresenta la parte peggiore del vivaio berlusconiano. Uomo di destra, non si limita, come fanno molti, a propugnare le proprie idee, che ci starebbe anche, ma spesso pontifica dal suo blog o da testate amiche farneticazioni che sfociano sovente nella bufala. Chiariamo, Foa è un tizio che non sfigurerebbe nello staff di Trump, vista anche la semplicità con cui tratta le notizie, dando una lettura distorta quando non prettamente falsa. Abbiamo parlato, diffusamente, delle balle di Foa in un articolo nel mese di luglio in merito alla sua ennesima dubbiosa presa di posizione di Foa sul caso del bimbo inglese Charlie Gard.

Non solo noi, ma molti ticinesi sono stufi di un atteggiamento che è tutto fuorché professionale, oltre che umanamente riprovevole. Ma di cosa parliamo? Di uno scambio di messaggi si Facebook, in cui Foa getta fango sulla morte di Aylan Kurdi, il bambino affogato e diventato simbolo della tragedia siriana.

“Paradosso: il piccolo Aylan era figlio dello scafista ma quasi nessuno ricorda…” Queste le parole di Foa. Ma perché Foa racconta bugie sapendo di farlo? Semplice. Aylan Kurdi ha commosso il mondo. È diventato simbolo della brutalità e della tragedia dei profughi. Aylan ha mosso le coscienze spostando un po’ più a sinistra, quella sinistra etica e pietosa, l’asse del timone. Per quelli come Foa è intollerabile, e allora si cerca di sminuire, confondere le acque, insinuare dubbi.

Volete conoscere la storia vera? Quella che scaturisce dai media seri? Volete entrare nell’abisso che Foa nega infangando la memoria delle vittime? Aylan Kurdi aveva 3 anni. Quelli del vostro nipoitino, di vostro figlio, del vostro fratellino. È morto affogato sulla costa egea della Turchia. Una costa che ci ricorda Omero e le narrazioni dell’Iliade. I guerrieri con i pennacchi sugli elmi e la struggente bellezza del Mediterraneo. Insieme a lui sono affogati sua madre Rehan e il fratellino Gallip di 5 anni. Ora giocano a carte sul fondo del mare. Per cui tranquilli, Aylan non è solo.

Il padre, quello che Foa accusa di essere stato lo scafista, è tornato in Siria per seppellirli, probabilmente ad aspettare che una bomba che gli cadesse sulla testa per porre fine al mostro che gli divora la carne da dentro e che rende la sua testa un pozzo nero di acque putride. Perché un padre che porta a morire, anche se con l’idea della speranza, tutta la sua famiglia, ha di fronte solo il sollievo della morte.

Ad essere condannati sono stati i due reali scafisti, Muwafaka Alabash e Asem Alfrhad, due siriani che dovranno scontare quattro anni e due mesi nelle carceri turche. E ci dovrebbero marcire nelle prigioni turche, perché a inizio del processo erano stati loro ad accusare il padre di Aylan e Gallip di avere guidato e organizzato il barcone. Un modo ignobile e squallido per salvarsi la pelle. Per fortuna la giustizia non ha creduto loro.

A questo punto Foa ci dovrebbe dire, da giornalista e da uomo, come può diffondere porcherie del genere sapendo che sono porcherie. Perché lo sai Foa, non fare finta, l’Ansa la leggi anche tu, e tutte le altre testate che hanno riportato questa storia angosciante. Fai i tuoi giochi Foa, ma lascia in pace i morti. È sufficiente l’oblio del mare, non gli serve il veleno che persone come te spargono coscientemente sui social.

… ah, la fonte che ho usato per questo articolo è l’ANSA, l’Agenzia Nazionale di Stampa Associata Italiana, la quinta al mondo dopo Reuters. Come l’ho fatto io con un clic, lo poteva fare l’amministratore delegato del Corriere.

 

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