L’amore per la Sardegna, amore per la natura

Quando Corrado Mordasini mi ha chiesto di fare delle riflessioni per il Gas gli ho fatto subito  presente che non sarebbe stata mia intenzione alzare barricate o trattare tematiche con il taglio pungente che ci si aspetta, ed è congeniale, alla causa di chi accende la società. La reazione di Corrado è stata di assoluta apertura, con addirittura il suo invito a scrivere, senza censure di nessun genere, le mie sensazioni, così come mi suggerisce il mio sentire.

E dunque, sull’onda di questa breve precisazione, ripercorro alcune istantanee (senza selfie) di questa estate, segnata da fatti cruenti ma anche da accadimenti che hanno risuonato con un’eco spropositata, ingigantendo fatti di per sé irrisori perché l’estate è portatrice di leggerezza, spensieratezza e voglia di abbandonare le tensioni. C’è anche da precisare che, giornalisticamente parlando, in estate la macchina che sforna notizie rallenta la sua corsa, e perciò bisogna riempire di frenesie e fesserie gli spazi vuoti, il famoso foglio bianco, spauracchio temuto dalle redazioni. Come ogni estate, per l’esperienza vacanziera che mi contraddistingue, e che sicuramente caratterizza molti di noi, arriva il momento delle lacrime di riconoscenza, d’amore, di gioia, per il distacco da amici che rimangono in Sardegna, la mia destinazione estiva, che frequento da anni, con infinita stima e rispetto.

Quando la fine della vacanza mi costringe a voltare le spalle all’ ipnotica bellezza dell’isola sarda, provo quel senso di indefinito e di tristezza, come chi lascia la sua dimora, per trasferirsi  lontano dagli affetti più cari. Mi sento un’immigrata privilegiata e sento la potente energia dell’isola depositarsi e scavarmi dentro, diventando ossa, carne e viscere. Ritornando alle mie abitudini quotidiane, mi ritrovo nell’ermetismo di chi vive nel benessere dell’apparenza. Questo è un paese ricco di banche e fiduciarie e uffici di cambio, in cui le relazioni sociali sono di un certo tipo. A vacanza terminata mi ricongiungo agli amici di sempre, anche loro parte carnale della mia storia. Da dove ricompongo pezzo dopo pezzo, l’eternità dei ricordi vissuti in Sardegna. Ma ad ogni soffio di vento in riva al mare, a ogni sguardo fisso alla linea all’orizzonte, immersa nel sale marino; a ogni sorriso o parola scambiati con persone del luogo, a ogni gabbiano che garrisce, a ogni trillo di cicala, quando il maestrale impone la sua forza, vorrei scomparire per ridare alla natura sacra della Sardegna, la sua verginità che la rende maestosa, di fronte al malefico passaggio dell’uomo.

Ogni civiltà seppellisce la sua memoria: gli Etruschi, i Greci, i Saraceni ci hanno consegnato i reperti archeologici, le cui preziosità sono raccolte nei musei. L’uomo del digitale, con l’epoca dei rifiuti atomici e del polistirolo, ammucchia e sotterra strati della sua abominevole visione del disprezzo verso madre terra. La vacanza che mi definisce non è di certo la rincorsa allo sfoggio di un’opulenza che fa a gara, sulle coste dei vip, tra chi è più ricco in povertà d’animo. È l’incontro con il silenzio, la solitudine, l’umiltà, la reverenza, l’inspiegabile, e la consapevolezza che la natura è nelle mani di uomini, fatalisti e incuranti dei danni che arrecano al patrimonio terrestre. Impotente, dinanzi alla violenza di chi deturpa gli equilibri della catena biologica, cerco nel mio piccolo di evitare ulteriori danni ecologici, restando in attesa, affinché la natura trionfi sull’evanescente esistenza umana. Perché, come scriveva Grazia Deledda, siamo nati per morire.

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