L’arte di raccontarla, episodi stravaganti nella storia dell’arte: la statua psicanalizzata

Di Gherardo Caccia

Dovresti fatti vedere da uno bravo”, così a volte parafrasiamo amici o meno amici quando sembra che le castronerie che il nostro interlocutore espropria dal proprio orifizio orale stanno raggiungendo vette altissime. Di solito quel “bravo” si riferisce a specialisti quali psicologi, psicoterapeuti o addirittura psicanalisti. Per psicanalizzare una persona per quello che dice, che fa, che sogna non è per niente facile, ci vogliono anni di studi e pratica, non è una scienza esatta. Come funziona di solito?

Nell’immaginario collettivo la persona in questione, quello che mandiamo da uno “bravo”, entra in uno studiolo più o meno elegante, viene fatto mettere comodo su una sedia, poltrona o lettino e lo specialista inizia a parlare con lui, interagisce, lo “psicanalizza”. Così vanno le cose di solito, o meglio, nell’immaginario collettivo. Ma quando il paziente non può recarsi dal curante? Quando il paziente non parla, non sogna, non fa… quando il paziente è fermo immobile da circa un 500 anni, sempre lì, che si fa? Quando il paziente è di marmo, e non metaforicamente, ma proprio di marmo è, cosa succede?

Succede che siamo nel 1913, in una Roma settembrina, ancora dedita all’estate ma che già guarda all’autunno, quando il sole rosseggia sui sette colli e proprio sul Monte Oppio una figura magra e longilinea si arrampica per una scalinata non tanto alta per giungere alla Basilica di San Pietro in Vincoli. È uno di quelli “bravi”, anzi, è il migliore, un ebreo austriaco di nome Sigmund. Il suo paziente non è altri che Mosè, una statua di 2 metri e trenta scolpita 400 anni prima da un certo Michelangelo Buonarroti. Il dottore austriaco ci passa davanti ad essa tre settimane intere, osservando scrupolosamente il suo paziente con un’attenzione che si avvicina molto alla psicanalisi medica. Ogni dettaglio diventa appunto, schizzo, idea: come quando nel suo studiolo di Vienna Sigmund prendeva appunti su quanto i suoi pazienti gli raccontavano. Ma perché? Sigmund è ebreo, e già questo lo collega a filo diretto con il patriarca ebraico ritratto a martello e scalpello. Altre motivazioni oltre all’intrigo, alla curiosità che quella montagna bianca trasmette in lui non ce n’è, anche se lui stesso ammette nelle sue lettere di sentirsi un po’ un Mosè nel suo campo lavorativo.

Tre settimane di analisi portano alla stesura di un saggio di 60 pagine che ci fa scoprire un nuovo Mosè. Il patriarca è rappresentato nel momento in cui, dopo aver ricevuto le tavole della legge, volge lo sguardo verso il suo popolo e lo vede adorare il vitello d’oro. Il viso crucciato, le sopracciglia aggrottate, la tensione muscolare suggeriscono un impeto d’ira. Un impeto però controllato, tenuto a bada. La mano destra tiene in qualche modo le tavole, che lo scatto d’ira stavano facendo scivolare, il dito tra la barba è anch’esso un indizio di come la reazione sia stata incontrollata tanto da incastrare le dita tra la folta barba. È un uomo che sta tornando alla calma,che riesce a soggiogare la propria pulsione compiendo la più alta impresa psichica dell’uomo. Un po’ come fece Michelangelo che, nello scolpire proprio il Mosè, in un impeto condizionato dalla fatica della scultura,in una sorta di estasi diede una martellata sul ginocchio gridando addosso alla sua statua “Perché non parli!?” per poi tornare, una volta domata l’ira, a sistemare il danno e terminare l’opera.

Il saggio fu pubblicato dalla rivista Imago in forma anonima nel 1914, un po’ per timore di farsi sentir dire “dovresti farti vedere da uno bravo”, un po’ perché l’impeto di quell’incontro non era ancora stato digerito e controllato. Solo nel 1927 l’autore riconobbe la paternità dello scritto ponendo finalmente il suo nome al testo: Sigmund Freud.

Mosè, Michelangelo, Freud: tre impeti, tre ire, tre tuoni nel cielo dell’umanità. Ma è dai tuoni che si parte per vedere l’arcobaleno.

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