L’Arte di raccontarla: episodi stravaganti nella storia dell’arte: La Tigre di Gualtieri

Eccoci dunque all’ultima puntata di questa rubrica di arte domenicale, che ci ha condotti per tutta l’estate alla scoperta di grandi artisti e grandi opere spero in maniera originale e gradevole.

Ci lasciamo con un piccolo aneddoto di un piccolo pittore vissuto il secolo scorso. Un matto,un visionario, uno dei tanti di cui la Storia dell’arte si è costellata nei secoli. Ma cosa accumuna cosi tanto arte e follia? È forse una sensibilità diversa, alterata a volte, che permette di evolversi artisticamente creando nuove forme di linguaggio, o è di per sé l’avvicinarsi all’arte a portare poi ad un’alterazione dello stato psico-emotivo della persona?   Per alcuni l’arte fu un’ancora di salvezza da una realtà che in altro modo avrebbe visto esclusi certi personaggi eccentici, anomali, geniali. Dall’altra c’è chi, talmente assorbito nel proprio mondo artistico finì col perdere i contatti con la realtà.

Nel caso di Antonio Ligabue il suo mondo pittorico lo aiutò ad esternare tutte le emozioni che nascevano nella sua testa, le paure che ne affliggevano l’anima. Questo non lo salvò dall’essere ricoverato più volte in manicomio. Antonio dipingeva molto, con colori vivaci, con tematiche sempre molto legate alla fauna selvatica. Uno stile naif simile a quello di Rousseau, il doganiere francese. Tigri, leopardi, sempre ruggenti, sempre ferocemente accaniti sulla preda.

Un dottore, nei  vari ricoveri, dedusse che quegli animali imponenti, feroci , violenti, che occupavano l’intera tela, non fossero altro che i suoi disturbi, la sua vita travagliata che lo assalivano ogni volta. Antonio parlava di sé usando il linguaggio pittorico della giungla contenstualizzata nel paesaggio famigliare della pianura emiliana bagnata dal Po. Ne parlò con Antonio il dottorino, provò a spronarlo a invertire la rotta, il punto di vista: doveva diventare lui la belva, il dominatore delle sue tele e della sua vita, non la sua malattia. Antonio accolse le parole del dottore, le ascoltò e gli frullarono in testa per molto tempo.

Un giorno tornò sulla tela a dipingere, l’ennesimo felino. A tela terminata si vide qualcosa di diverso. Un’enorme tigre, in posa trionfante, maestosa, con le fauci aperte. Nessuna vittima sotto i suoi artigli, questa volta Antonio era diventato la tigre. Un successo terapeutico senza precedenti se non fosse che quella tigre, in contrasto netto con la sua posa e la sua massa imponente, si ritrovi avvinghiata dalle spire di un gigantesto serpente che la stava soffocando e da cui non riusciva a liberarsi. Antonio non è cambiato, la prospettiva si, ma lui no. Il malessere se lo porterà dentro per sempre, sarà sempre parte di lui, che lui sia un’esile antilope o una possente tigre.  Non ebbe mai una donna Antonio, solo due compagne fidate, la pazzia e l’arte. La follia lo faceva entrare in manicomio, l’arte lo faceva evadere.

Spero che anche questa rubrica sia stata per voi un momento di evasione.

Concludo con un titolo di un libro che lessi preparando la tesi universitaria: “Ogni uomo è un artista.” Vi invito a fare della vostra vita il vostro capolavoro.

Ti potrebbe interessare anche:

Commenti da Facebook

Leave a Comment

Sei umano? *

Protected with IP Blacklist CloudIP Blacklist Cloud