Tappeti rossi per i regimi, ma poi ci si lamenta dei profughi

Di Jacopo Scarinci

Avrebbe meritato ben altra copertura la pacifica manifestazione di alcune centinaia di eritrei che ha avuto luogo venerdì a Berna davanti a Palazzo federale. Una manifestazione di protesta, contro l’intenzione del Consiglio federale di ampliare e consolidare la via bilaterale tra la Svizzera e l’Eritrea, paese dal quale comprensibilmente i manifestanti son scappati e con il quale non vedono di buon occhio che la nazione che li ha accolti (leggasi: salvati) intrattenga gentili rapporti.

Si legge, infatti, che il progetto di Burkhalter prevede un allargamento per gradi delle relazioni, che passano per la periodica presenza nella capitale eritrea, Asmara, di un incaricato svizzero con il fine di coltivare le relazioni bilaterali e arrivano, come vorrebbe il Consiglio nazionale, all’apertura di un’ambasciata elvetica.

Quella che ha manifestato è una piccola, simbolica rappresentanza degli eritrei fuggiti dal regime di Afewerki. Nel 2014 il Consiglio dei Diritti umani dell’Onu ha creato una commissione d’indagine sull’Eritrea, e nel giugno del 2016 ha pubblicato i risultati. Ne riportiamo un breve estratto: “L’Eritrea è uno stato autoritario. Non vi è alcun sistema giudiziario indipendente, nessun parlamento e nessun’altra istituzione democratica. Questo ha creato una lacuna nella legge e nell’ordine e un clima di impunità per i crimini contro l’umanità che si è verificato durante questi 25 anni. Questi crimini avvengono ancora oggi”. Nel rapporto trovano spazio denunce di crimini come schiavitù, prigionia, sequestri, tortura, persecuzioni, stupri, omicidi e altri atti inumani. Per non parlare del servizio militare a vita, che impedisce ai cittadini eritrei di immaginare un qualsiasi altro tipo di vita, di cullare ambizioni. La via del mare, del consegnarsi agli scafisti diventa l’unica speranza. Speranza costosa, sia perché gli strozzini dei barconi chiedono cifre esorbitanti, sia perché una volta arrivati in qualsiasi paese estero un eritreo deve pagare una tassa alla propria nazione: il 2% di tutte le sue entrate. Se non lo fa, il regime si rifà sulla propria famiglia rimasta a casa. Un ricatto in piena regola.

Questo è il paese con cui la Svizzera vuole stringere e consolidare una felice via bilaterale, salvo poi lamentarsi dei profughi. Senza dimenticare che vengono respinti più eritrei di quelli che sono accolti, che decine di minori non accompagnati sono stati respinti sistematicamente, senza nemmeno farli giungere al centro di registrazione.

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