Il giallo signor Messi? Prego, è tutto suo!

Di Libano Zanolari

Non sappiamo se Collina (e Busacca) abbiano incoraggiato lo sloveno Damir Skomina a dare finalmente un segnale forte per frenare l’arroganza dei calciatori, sta di fatto che finalmente un arbitro ha fatto il suo mestiere ammonendo un campione che chiede insistentemente il giallo per un fallo subito, e si permette pure di mettere una mano sulla spalla del direttore di gara, a conferma del fatto che i grandi fanno una tremenda fatica a ad accettare la separazione dei poteri, e non riconoscono giudice alcuno al di fuori di sé. Di solito Messi i falli li subisce, è vero, e avrebbe  le ossa fracassate se non fosse abilissimo, con il sesto senso di chi sa di essere fragile, ad evitare le entrate temerarie degli avversari.

Ma il fallo subito da Pjanic il 12 ieri da Nou Camp di Barcellona non era dei più cattivi. Messi però vuole il giallo, si erge a giudice, petulante, incalza l’arbitro, insiste. Sino a quando Skomina, l’uomo di Koper-Capodistria, toccato sul vivo in tutti i sensi (la mano della “pulce” sulla spalla) si gira ed estrae un cartellino giallo. Attimo di suspense: l’arbitro ha ceduto alle insistenze del “Piccolo Budda” degli stadi? Por el nada de nada: il giallo va proprio a lui, a Messi, oltretutto a Barcellona e in una partita in cui è il migliore in campo. Skomina fa segno che ci vede bene, e tocca a lui decidere. Messi e i suoi compagni perlomeno hanno il buon senso di mandare giù la pillola amara e di non essere aggressivi, né fisicamente, né verbalmente come capita troppo spesso.

La muta, il branco di calciatori che attorniano minacciosi il direttore di gara non dovrebbe aver posto sui terreni da gioco. E invece è frequente anche nel calcio minore e giovanile, esattamente sull’esempio dei grandi. La protesta, anche nel caso di torto marcio, è ormai una prassi. Si protesta per principio, per fare pressione, per indebolire l’arbitro, per aizzare il pubblico. La disonestà di grandi e piccini nel gioco del calcio è diventata un metodo: nessuno riconosce, come nel basket, la propria colpa, anche nel caso di un’entrata spacca-ossa. L’arbitro subisce l’infantile, stupida arroganza del calciatore anche in occasione di una giusta ammonizione per un primo fallo pesante: “ma è solo il primo” fa segno il giovane argentino Bentancur, e mostra anche il ditino nel caso l’arbitro non fosse capace di contare. La stessa cosa capita sui campetti  dove i nostri pargoli calcano fangose zolle in attesa di un luminoso futuro.

Qualcuno in alto  può mandare un messaggio “urbi et orbi”, per spiegare che la regola secondo la quale il primo fallaccio non è  punibile esiste solo nella mente egocentrica del calciatore? E chissà che Skomina la prossima volta metta mano anche alle indecenti scene da lotta greco-romana, di wrestling, di  “catch-as-catch-can” (“ciapa ti ca ciapi anca mi”) che sono  norma (oscena) in area di rigore.

 

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