La donna che si trasformò in asino

Di Antonia Bremer

La premessa

Sono qui a narrarvi di una storia vera capitata a una donna che possedeva due asine. La donna si chiamava Antonia e soleva passeggiare con le proprie asine nei prati e nei boschi e quando una delle sue asine si fermava anche lei si fermava. Antonia sapeva infatti fin troppo bene che quando un asino si ferma è perché ha subodorato un pericolo per la propria incolumità e non si muoverà finché non si sentirà di nuovo tranquillo. Ed è inutile insistere per far muovere un asino che si è fermato, poiché più si insiste più lui si sentirà in pericolo e ancor di più non vorrà saperne di muoversi.

Il racconto

Detto questo, fu così che un bel giorno d’inizio estate, in un pallido meriggiare, Antonia pensò che era giunto il momento di cimentarsi nelle prime passeggiate della stagione. Bardò le sue asinelle con la cavezza, agganciò la lunghina e s’incamminò, lei davanti e le due asinelle dietro. Il sole abbagliava, scricchi di cicale si levavano dai calvi picchi, nelle crepe del suolo s’intrecciavano le file di rosse formiche e le nostre tre eroine avanzavano assorte nei loro pensieri umani e asinini. Quando, improvvisamente, presso un rovente muro, proprio nell’istante in cui la carovana si trovava a sfiorare i pruni e gli sterpi, tra gli schiocchi dei merli e frusci di serpi, eccolo veramente il serpente.

Antonia, che aveva il terrore dei serpenti, appena lo vide strisciare si spaventò a tal punto che tutti i muscoli del suo corpo, compresi quelli linguali, si irrigidirono ed ella rimase lì, impietrita e muta, tra i pruni, gli sterpi e gli schiocchi di merli. Le due asinelle, come se niente fosse, appena videro che Antonia si era fermata, si misero tranquillamente a brucare. Il serpente, da parte sua, se ne tornò nelle crepe del suolo insieme alle file di rosse formiche.

Il pericolo sembrava scampato, ma la scarica di adrenalina che Antonia aveva subito, e che in ogni altro essere vivente avrebbe dettato le reazioni “combatti o fuggi”, pareva che dentro funzionasse al contrario e le impediva di uscire dalla paralisi. Allorché, una delle due asine smise di brucare, alzò la testa, fissò Antonia, si portò davanti a lei e cominciò a tirarla. Ma Antonia non si muoveva, era immobile come una statua di sale, tanto da far ipotizzare a uno scambio di personalità indotto da un’energia telepatica tra asina e asinaia, poiché l’asina sembrava si fosse tramutata in Antonia, e Antonia nella propria asina. E più l’asina tirava, più Antonia non si muoveva. E stettero così, per un lasso di tempo indefinibile, che perfino il serpente tornò a fare capolino dalle crepe del muro chiedendosi come mai era riuscito a terrorizzare una donna e questa, invece di fuggirsene a gambe levate, se ne stava lì, impalata.

E quando l’adrenalina tornò a livelli normali e il sangue riprese a circolare e il cuore a pompare e le guance a tingersi di rosa e le pupille a restringersi e le dita a muoversi e i muscoli delle gambe a sciogliersi, la donna spalancò le fauci e, con tutta la forza che aveva in corpo, emise un grido più simile a un raglio che a un urlo umano.

Il similraglio, di una potenza di decibel tale da trapassare il muro del suono, il tempo e lo spazio, giunse nell’oltretomba e andò a svegliare di soprassalto Eugenio, il poeta, che si stava godendo in santa pace la pennichella postprandiale presso un rovente muro d’orto – e, ricordiamocelo, si trattava pur sempre di un meriggiare pallido e assorto. Eugenio ebbe dapprima un attimo di smarrimento poi, prendendo atto che, per l’ennesima volta, era stato disturbato durante l’abituale siesta dall’ennesimo similraglio di donna isterica che, nell’aldiquà, ha visto un serpente tra i pruni e gli sterpi, pregò la moglie di portargli un caffè nero con due cucchiaini di zucchero e, dopo averlo sorbito con estrema calma, si mise alla scrivania, impugnò una penna e, scrollando la testa, decise che era giunta l’ora di ricomporre gli ultimi versi della famosa poesia:

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che per starmene in pace sia dato

in dotazione alle donne isteriche

che vedono un serpente un bel bavaglio.

Fine

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