Pütost che tö ‘na dona…

Alzi la mano chi di voi non ha mai intonato o quanto meno sentito cantare almeno una volta le strofette da osteria “Chi è che dis che el vin el fa mal…” o “Pùtost che toeu ‘ na dona”. Forse però non a tutti è chiaro chi dobbiamo oggi ringraziare se quelle canzoni della tradizione popolare lombarda, insieme ad altre originalmente meno note sono giunte fino a noi. Il maestro Nanni Svampa, storico componente del quartetto di cabaret musicale dei Gufi insieme ai compagni Roberto Brivio, Gianni Magni, Lino Patruno, è stato colui che più ha lavorato come studioso e interprete sulle origini della cultura orale delle nostre zone, elevandole pionieristicamente a rango di documenti essenziali della nostra storia, facendo forse il paio solamente con il gruppo del “Nuovo canzoniere italiano” che negli anni ’60 proseguì l’opera di raccolta di testimonianza da fonti orali intrapresa da etnomusicologi come Ernesto De Martino qualche decennio addietro.

Nulla di più facile, a caldo, che scivolare nella retorica o, peggio, nello sciacallaggio, quando un personaggio di tale calibro viene a mancare. Pertanto io, come seguace e fan prima, e come stretto collaboratore negli ultimi tempi, mi limiterò a ricordare i primissimi dischi con etichetta “Durium” che giravano sul piatto del giradischi di casa (e che tuttora custodisco gelosamente, perfettamente funzionanti, come il famoso “Cantamilano”) e poi i 12 volumi della “Milanese – antologia della canzone lombarda”, nonché le popolarissime traduzioni da Georges Brassens, uno dei padri di tutto il cantautorato anche italiano. Proprio su queste canzoni io, alle prese con gli studi iniziali di chitarra durante la prima adolescenza inquieta e piena di “sogni di gloria”, per esercitarmi con gli accordi maggiori minori e di settima che apprendevo diligentemente, mi approcciavo a queste ballate e “bosinate”, dove notoriamente è richiesto ben poco altro che le armonie di “tonica” e di “dominante” ( chi ha studiato musica sa di cosa si parlo, ma in sostanza sono gli “accordi di base”); e come dimenticare il primo concerto che di lui vidi a Varese nel lontano agosto 1987, quando il Nostro si esibiva con un trio di supporto. Fu un’atmosfera gioviale e “magica” allo stesso tempo; quasi come quella che inaspettatamente si è creata martedì scorso, a Porto Valtravaglia, nel cortile di casa sua. Qualcuno ha parlato di funerale in stile “irlandese”, con tanto di convivio, bevande, cibo e soprattutto musica e tanta allegria. Senz’altro al Nanni nazionale sarebbe piaciuto così, non lacrime (se non in minima parte), ma la stessa giovialità che lui sapeva creare nonostante il suo carattere finto burbero e nello stesso tempo alla mano.

Per me è stata una fortuna poterlo accompagnare come chitarrista ufficiale, sia pur per breve tempo, nelle sue ultime esibizioni; indimenticabile tra le altre quella al Padiglione di Expo di fronte ad oltre 1000 persone, ospiti di Davide Van De Sfroos, con tanto di consegna di un premio alla carriera, meritatissimo. Come un privilegio e momenti epicurei ricorderò i suoi inviti a pranzo insieme a mia moglie e alla sua moglie Dina, i piatti che lui stesso cucinava, in particolare il “Perdreè”, un mix di frattaglie di pollo che io praticamente finii quasi da solo senza accorgermi che non ne stavo lasciando quasi più agli altri commensali.

Come egli disse di Brassens alla sua morte, ora io insieme ad altri mi sento di dire che Nanni non è morto ma si è solo “assentato”. E adesso continuerò a fare quello che ho sempre fatto nel suo ricordo e nome, nella certezza che il suo operato non verrà dimenticato ma sempre tenuto vivo; e il terreno fertile per un certo tipo di memoria, nella Svizzera Italiana (solo Italiana?) non mi pare che manchi. Ciao Nanni!

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