St. Pauli, un calcio alla violenza

Di Marco Narzisi

La violenza negli stadi di calcio (ma non solo) è un fenomeno tristemente diffuso a tutte le latitudini. Al di là delle rivalità geografiche e campanilistiche, spesso le tifoserie organizzate diventano un veicolo di espressione di idee politiche estremistiche, con annessi scontri fra ultrà di estrazioni ideologiche opposte.

Gli esempi a livello internazionale non mancano: dall’eterno e spesso sanguinoso derby fra la Stella Rossa e il Partizan di Belgrado, o al Beitar Gerusalemme, squadra icona della Destra sionista israeliana al punto da ricevere violente contestazioni dai propri tifosi per il tesseramento di due giocatori musulmani, la politicizzazione delle tifoserie è un fenomeno capillare, a tutte le latitudini e a tutti i livelli, dalle serie maggiore ai campetti di provincia.

E proprio sul campo di una piccola città, Kiel, estremo nord della Germania, a pochi km da Amburgo e dal confine con la Danimarca, qualche giorno fa stava per consumarsi una delle ennesime scene di tifo violento: un gruppo di ultras della locale squadra dell’Holstein Kiel, terza divisione tedesca, ha infatti scavalcato le recinzioni invadendo il campo per andare a scontrarsi con i tifosi avversari, rubando anche una bandiera.

Ma stavolta succede qualcosa di inaspettato, poichè gli ultras a volto coperto non si trovavano di fronte a una squadra comune: in campo, contro l’Holstein Kiel, giocava infatti il St. Pauli di Amburgo, divenuta negli ultimi anni squadra di culto. Il St. Pauli ha le sue radici nel quartiere portuale di Amburgo, che ospita la zona a luci rosse nella Reeperbahn, ed è da sempre luogo di ritrovo e rifugio per ogni sorta di umanità alternativa e ribelle, dai movimenti di sinistra ai punk, gli squatters, i centri sociali. In questo contesto, la squadra di calcio nata nel 1910 rappresenta una sorta di aggregante per tutto il quartiere, assorbendone, in certo senso, ed esternandone gli ideali, simboleggiati dallo stemma con il Jolly Rogers, la bandiera pirata con il teschio, icona delle lotte fra chi ha troppo e chi niente: la tifoseria del St. Pauli ha fra i suoi valori fondanti l’antifascismo militante e il pensiero libertario, al punto che i tifosi di estrema destra son banditi dallo stadio.

E a Kiel, dunque, avviene l’impensabile: ad affrontare i tifosi violenti, prima ancora dell’intervento della polizia, sono gli stessi giocatori e lo staff tecnico del St. Pauli, che entrano direttamente nel merito della questione inseguono e placcano diversi invasori di campo, ricorrendo anche alle maniere forti, diciamolo pure, mazzolandoli un bel po’. Volano spintoni e manate a volontà sui malcapitati ultras, il portiere Mathias Hain insegue e butta giù uno degli invasori con uno sgambetto, l’assistente allenatore Patrick Glöckner manda giù un esagitato con una mossa da wrestler, mentre l’attaccante Sami Allagui strappa letteralmente via dalle mani degli ultras il banner rubato e, acclamatissimo, lo restituisce ai tifosi del St. Pauli.

Per la cronaca, l’azione dei tifosi del Kiel sarebbe stata una vendetta per un furto analogo subito dal gruppo dei Supside ad opera di un tifoso del St. Pauli alcuni giorni prima: il codice non scritto delle tifoserie, infatti, imporrebbe lo scioglimento di gruppo ultrà a cui venga rubato il banner, e in effetti il Supside è stato nel frattempo sciolto.

Inutile dire che, dopo aver fronteggiato personalmente gli ultras, difendendo i propri tifosi e la bandiera del club, i giocatori del St. Pauli sono diventati dei veri e propri eroi per la propria curva, dimostrando un totale attaccamento ai valori della squadra: insomma, a Kiel, è stato realmente dato un…calcio alla violenza.

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