Stesso crimine, reazioni diverse: perché?

Di Roberta Condemi

Si possono ignorare o disprezzare i social network, farne un uso sporadico o esserne dipendenti, ma non si può negare che essi siano strumenti utilissimi per captare umori e malumori del “popolo” e gli orientamenti dell’opinione pubblica. Grazie ai social, per esempio, si capisce che aria tira politicamente, si intuiscono nuove tendenze e, sempre più spesso, ci si rende conto di come episodi di cronaca potenzialmente identici e di medesima gravità siano giudicati in maniera totalmente diversa a seconda dei loro protagonisti. Al punto tale che si arriva a confondere le vittime con i carnefici.

Un triste esempio ci viene offerto da due recenti casi di cronaca italiana: lo stupro di una ragazza polacca e di una trans, il ferimento di un ragazzo a Rimini da parte di una banda di africani e la presunta violenza carnale da parte di due carabinieri in servizio su due studentesse americane a Firenze.

Ebbene, si tratta di due episodi potenzialmente uguali nella sostanza. Infatti, in entrambi i casi, se fosse confermato che si tratta di stupro anche nel caso delle studentesse americane, sarebbe stato perpetrato un abuso sessuale da parte di uomini nei confronti di donne seppur con dinamiche e in circostanze differenti. Il reato però sarebbe lo stesso, violenza carnale, punibile ai sensi degli artt. 609bis e seguenti del Codice penale italiano. E il giudizio morale sarebbe ugualmente grave.

Tuttavia, il popolo della rete, che poi altro non è che la moderna versione della vox populi “filtrata” dallo schermo del pc, ossia quello che vota, paga le tasse ecc ecc, ha reagito ai due episodi in modo totalmente opposto.

Nel caso dello stupro di Rimini la reazione è stata da subito accesa, piena di rabbia. Sul profilo Facebook di uno degli stupratori si sono “radunati” internauti italiani e polacchi (il caso ha avuto una grande eco in Polonia, paese d’origine di due delle vittime, tanto che il ministro della giustizia polacco ha chiesto l’estradizione dei criminali affinché possano essere giudicati e scontare la pena in Polonia) per scrivere messaggi d’odio di una aberrazione tale da far perdere speranza nel genere umano. Da lì a prendersela con gli immigrati in generale, specie se di colore, il passo è stato breve. Sono stati accusati gli immigrati in generale, la politica migratoria dell’Italia e il presidente della Camera Laura Boldrini, ormai tirata in ballo in ogni caso di cronaca che riguardi un immigrato di colore.

Al contrario, nel caso di Firenze che, si ribadisce, ancora non è appurato si tratti di stupro, l’onda dei commentatori è apparsa molto cauta, quasi ha giustificato i due presunti malfattori. Si è subito sottolineato che le ragazze erano ubriache, che avevano passato una serata di bagordi, che avevano un carattere esuberante. Alcuni hanno sottolineato che le giovani erano assicurate contro lo stupro, come se avessero stipulato una simile assicurazione, a quanto pare molto frequente negli Stati Uniti loro Paese d’origine, per essere libere di eccedere nei comportamenti e di avere un paracadute economico nel caso qualcosa fosse andato storto. Addirittura qualcuno ha ipotizzato che potessero aver inscenato tutto per intascarsi il premio dell’assicurazione.

Così i carabinieri sono stati giudicati solo incauti o in “errore” perché, sebbene in servizio, non avrebbero saputo resistere alle due ragazze. E, come ha aggiunto qualche internauta (ahinoi soprattutto donne), d’altronde quale uomo avrebbe saputo resistere a due giovani straniere ubriache e disinvolte? Dunque, le ragazze se la sarebbero cercata, sbalzando dal ruolo delle (presunte) vittime a quello di carnefici dei poveri carabinieri ingannati da moderne sirene tentatrici.

È spontaneo dunque chiedersi come mai questa differenza di reazione a fronte di due episodi potenzialmente simili: da una parte grande sdegno e rabbia, dall’altra atteggiamento cauto e minimizzazione di un (se non violenza) abuso sessuale. Ebbene, sembra proprio che questo “doppiopesismo” derivi dalla percezione e dai pregiudizi che il popolo ha sui protagonisti delle storie.

Nel primo caso i carnefici sono immigrati di colore. Capri espiatori per eccellenza, gli immigrati vengono attualmente considerati la causa di ogni problema dei nostri Paesi e, se si macchiano di un crimine, come in questo caso, per il popolo sono più colpevoli, più disprezzabili e da punire con maggiore severità di criminali indigeni. Non conta più la gravità del crimine, che in questo caso c’è e deve essere punito, ma solo la loro etnia o il loro status di immigrato. È per questo, non per lo stupro che passa clamorosamente in secondo piano, che il popolo li giudica criminali.

Nel secondo caso, l’ira del popolo è indirizzata non ai carnefici, ma alle vittime, ree di essere donne che hanno fatto una scelta di vita: quella di vivere come vogliono. Libere di ubriacarsi, di indossare minigonne, di essere di “facili costumi”. D’altra parte, i presunti carnefici sono manlevati dalle loro presunte responsabilità, in quanto uomini e carabinieri, tutori dell’ordine pubblico, e, nell’ottica distorta della vox populi, coloro che ci difendono dai criminali, ovviamente stranieri (e qui si torna al discorso di prima).

Questo metro di paragone, che riconduce tutto a pregiudizi, rafforza il pericoloso messaggio che la causa della violenza sia da ricercare nelle caratteristiche fisiche o comportamentali della vittima o del carnefice o nelle sue scelte di vite.

Invece la violenza, di qualsiasi tipo e rivolta a qualsiasi persona, indipendentemente da genere, sesso, religione, etnia, orientamento sessuale, opinione politica è sempre sbagliata, ed è sempre colpa del carnefice.

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