Un milione per non segnare

Di Marco Narzisi

Gli ultimi sviluppi del calcio moderno ci hanno abituati a un mondo sempre più incline al business e sempre meno preoccupato dell’aspetto sportivo: al netto delle solite frasi romantiche sul calcio di altri tempi che non c’è più (che tuttavia hanno un certo fondo di verità), la realtà dei fatti è che i calciatori sono ormai, in gran parte, dei professionisti dello sport di cui i club-azienda gestiti da gruppi imprenditoriali di varie parti del mondo (Cina, Russia e Paesi del Golfo su tutti) cercano di accaparrarsi le prestazioni lavorative per produrre un fatturato sempre maggiore in termini di incassi e sponsorizzazioni.

Il calcio non è esente da quel processo che negli ultimi decenni ha visto la sparizione di un modo di operare i trasferimenti basato sulla trattativa, sul rapporto diretto fra i dirigenti, sul prezzo dei cartellini costruito a forza di compromessi e accordi, in favore di un sistema economico in cui il prezzo di un giocatore viene fissato in modo inequivocabile nelle clausole rescissorie. È come se al mercato di paese si passasse ad un enorme supermercato di giocatori: vuoi Neymar? È là sullo scaffale, col prezzo scritto sopra, vai alla cassa e paga 222 milioni di euro e il negoziante, il suo club di appartenenza, non potrà fare altro che incartartelo e consegnartelo, con buona pace della fedeltà alla maglia. Le clausole rescissorie hanno reso il mondo del calcio una specie di self-service, in cui chi più paga, più si porta a casa: e a poco servono le regole sul fair-play finanziario, se basta prendere un giocatore in prestito per un anno accollandone il prezzo al bilancio dell’anno successivo tramite una clausola di acquisto obbligatorio, o se un misterioso fondo di investimento casualmente sito nel Paese di origine del presidente del club “offre” al giocatore i soldi per pagare da sè la clausola di rescissione.

Ma se finora siamo stati abituati a vedere i giocatori pagati milioni di euro per segnare caterve di goal, negli ultimi giorni siamo giunti probabilmente a un punto di non ritorno: adesso abbiamo anche i giocatori pagati per NON segnare. Veniamo ai fatti: la lite fra Neymar e Cavani al PSG in merito a chi dovesse tirare i rigori ha avuto pesantissimi strascichi; la stella brasiliana, dall’alto dei 222 milioni spesi per il suo acquisto, tiene sostanzialmente in ostaggio il club degli sceicchi qatarioti, e avrebbe addirittura chiesto la cessione del “rivale” in attacco. E qui arriva l’assurdo: secondo quanto riporta El Paìs, il PSG avrebbe proposto a Edinson Cavani di tramutare il bonus di 1 milione di euro previsto in caso di vittoria del titolo di capocannoniere in un “compenso riparatorio” per lasciare tirare i rigori a Neymar, proposta rifiutata dall’uruguaiano, perché cavolo, saranno pagati milioni ma una dignità ce l’hanno anche loro, o almeno alcuni… Questo, signori, non è più calcio: questo è un immenso baraccone in cui ogni mezzo è valido per ottenere l’obiettivo di vincere un trofeo, non tanto per il suo valore sportivo, quanto per l’enorme ritorno in termini economici. E c’è di più: in seguito alle proteste dei grossi club europei, al grido di “cca nisciun’è fess”, la UEFA ha minacciato il PSG di una lunga sospensione alle competizioni europee se non rispetterà il rapporto fra entrate e uscite per il mercato imposto dal fair-play finanziario. Conseguenza? Mezza squadra del PSG che si sente maltrattata e tradita in quanto messa in vendita in blocco, dai più recenti acquisti Di Maria e Draxler a veterani come Thiago Silva, gente che si, è pagata milioni per giocare, ma si trova all’improvviso ad essere considerata di troppo, sacrificabile, costretta a dover prendere famiglia e baracchini e trasferirsi altrove perché c’è da sostenere la spesa per qualcuno che è considerato più indispensabile di loro: non vorremmo essere nello spogliatoio del PSG in questo momento, sinceramente.

Non c’è da stupirsi, in un contesto calcistico internazionale di questo tipo, se poi una squadra come l’RB Lipsia, vicecampione di Germania, sia considerata la squadra più odiata d’Europa e il suo centravanti fischiato anche nelle partite giocate in nazionale. Motivo? L’essere un club di proprietà di una multinazionale, in questo caso la Red Bull, che ha preso una squadretta da quattro soldi da una categoria infima e ci ha investito milioni di euro per farne una macchina da soldi, alla faccia delle tradizioni calcistiche e della storia sportiva.

Questo, lo ripeto, ha smesso di essere sport, e a noi sinceri appassionati rimane solo una grande, sincera nostalgia per altri tempi, e la speranza un po’ proletaria che questo sistema prima o poi imploda su se stesso, e che lo scopo del calcio torni a essere quello degli inizi: gonfiare la rete e farne sempre uno in più degli avversari per amore della maglia.

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