Il Collegio: un esperimento TV

Il nuovo reality di RAI 2 proietta 15 ragazzini in un collegio degli anni ’60 senza alcuna tecnologia.

Di Mad Max

L’altra sera, dopo la debacle svizzera, affranto e un po’ depresso cambiavo canale senza scopo, ramingo e sconsolato tifoso occasionale, privato del giusto trionfo. Sono capitato su RAI 2 e mi sono incuriosito. In onda un reality show.

Vergogna.

Lo ammetto, se il Grande Fratello e company mi fanno venire il voltastomaco, mi piacciono i programmi che sembrano avere qualcosa di interessante da raccontare. E mi è piaciuto “Il Collegio” su RAI 2.

Il format è curioso e ci pone di fronte a quello che più che un reality è un esperimento televisivo. Un gruppo di ragazzi dai 12 ai 17 anni, sono proiettati, come per magia, in un collegio del 1960. Siamo in un’era pretecnologica. Niente telefonini, playstation o mail, solo la radio e la TV. Un solo canale, in bianco e nero, con ovviamente e solo su permesso della sorvegliante, programmi rigorosamente del 1960.

Tutti in divisa, i sorveglianti arcigni, gli allievi apostrofati con: “Signor…”. Un corpo professorale serio e poco incline allo scherzo o alle intemperanze disciplinari.

Le regole sono regole. Non si transige. Sennò  ci sono le punizioni. Unico modo di comunicare coi genitori è il telefono in bakelite nera con la rotella, naturalmente solo su espressa richiesta al preside, oppure la buone vecchia lettera.  Un esperimento umano commovente, una storia di forza di volontà e coraggio, che ci fa capire che i ragazzi di oggi non sono diversi da quelli di ieri, ma solo cresciuti in un’epoca che in realtà non li prepara realmente alla vita.

E allora ci commuove Moccia, di anni 14, che accetta la punizione e si distingue nel suo svolgimento per non deludere il professore. E un professore che gli fa i complimenti e rivolgendosi a lui gli dice: “Ah,signor Moccia, sono sicuro che suo padre sarebbe fiero di lei.”

Gli occhi del piccolo Moccia ci raccontano l’orgoglio, e la ferocia di adolescente che sa di poter diventare uomo. Ci raccontano il riscatto che lo trasforma in individuo da capriccioso ragazzino viziato.

E in collegio possiamo vedere le insicurezze di Noa, le intemperanze di Triassi, l’abbandono di Biò.

Ma ad essere veramente incredibile è la posta. Le lettere dei genitori, col sorvegliante che annuncia i nomi e i ragazzi che le ricevono come reliquie:

“Non ho mai ricevuto una lettera in vita mia, manco sapevo che mia madre sapesse scrivere” dichiara tra le lacrime Gabriele. E tutti piangono, perché ora capiscono cosa siano le lettere di cui gli raccontavano e che tempeste di sentimenti possano provocare. Ecco, valeva la pena di vedere “Il Collegio” solo per questo.

15 ragazzini che piangono leggendo le lettere dei genitori, perché in quei fogli scritti vi è celato un sentimento enorme a cui non sono avvezzi, un sentimento che una mail non ha più. In una lettera c’è l’impegno, c’è l’amore, c’è l’attesa. C’è la costruzione di un rapporto.

Assurdo vero? Il regalo di una lettera. Che sconvolge dei nativi digitali. Come un uomo moderno a contatto con un primitivo e riscopre il potente contratto che abbiamo con la natura. Una lettera, una sola lettera.

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