Emigranti in treno, un viaggio interiore di stazione in stazione

Di Marco Narzisi

Viaggiare in treno a volte è un’esperienza quasi cinematografica: attraversare l’Italia da Nord a Sud, fino al Ticino e viceversa, è come veder passare dal finestrino un lungo racconto per immagini, una trama che cambia in continuazione, che racconta di differenze a volte profonde, di brillanti eccellenze industriali e annaspanti economie agricole, di frenetica efficienza e atavica calma, di alte velocità e orari mutevoli. Per me, però, come per migliaia di miei connazionali, questa storia su rotaia parla spesso di abbracci spezzati dal fischio del capotreno, di saluti muti dal finestrino, di lacrime e arrivederci a date incerte.

È un film dal sapore amaro, quasi tragico, una narrazione di possibilità negate e ricerca disperata di una dignità umana sui cui binari, a definirne e chiarirne la sceneggiatura come scene clou, si inseriscono e si snodano le stazioni, quelle che Marc Augè, etno-antropologo francesce, include fra i non-luoghi, ovvero spazi privi di identità in cui gli individui non entrano in relazione, fruendoli solo come utenti e non come persone. Ma quei luoghi, invece, per noi emigranti assumono un significato intimo, come tappe che scandiscono il calvario emotivo del distacco o, viceversa, la fremente attesa del ricongiungimento con propri affetti familiari e gli amici di una vita: ogni stazione ha un suo posto nella storia del viaggio, è una scenografia a parte, un microcosmo di attese, speranze, delusioni e incertezze.

L’Alfa e Omega, la fine e il principio e la fine che è il principio, è giù a sud, sulla punta dello Stivale: Villa san Giovanni, stazione e porto allo stesso tempo, dove Sicilia e Calabria sono più vicine che mai, laddove Scilla e Cariddi ormai non fanno più paura alle navi metalliche che ne attraversano spavalde l’antico dominio, i mostri antichi e viventi sono stati sostituiti dallo spettro di un’incombente mostruosità d’acciaio alimentata dalla propaganda della malapolitica. Una lunga banchina scoperta che sembra perdersi all’infinito ai due estremi, verso la familiare Reggio Calabria o verso l’ignoto nord: è là che si consumano gli addii accompagnati da caterve di pacchi e pacchetti, o si celebrano i bentornato, sotto lo sguardo dei pendolari probabilmente assuefatti all’umanità varia del posto. Sullo sfondo lo Stretto di Messina, che per chi come me arriva dall’Isola mai sembra così largo come in quel momento: parti, e per chilometri il mare ti accompagna, come volesse seguirti per non lasciarti solo, mentre dall’altra parte minuscoli paesini asserragliati su picchi inaccessibili, come passeri appollaiati su un ramo, guardano curiosi lo scorrere del serpentone di metallo.

Scorrono piccole comparse nella trama: Lamezia, Paola, Sapri, Battipaglia, torna il mare, appare il Vesuvio, e ti ritrovi a Napoli Centrale, e capisci che se James Senese ha dato il suo nome a uno dei suoi album qualcosa di speciale deve averlo: è l’ultimo baluardo del Sud, il Castello Nero a cavallo della Barriera gelida che come in Game of Thrones separa il Meridione dal gelo del Nord. Adesso è sicuramente cambiata, ma ricordo ancora l’atmosfera che si viveva in quei paraggi circa 15 anni fa, gli sguardi prudenti a intercettare possibili manoleste, e tutto intorno, nei vicoli, il fiorente mercato di ogni cosa fosse possibile taroccare, punteggiato qua e là dai banchetti di quelli che ancora spennavano i babbei col gioco delle tre carte. Tieni gli occhi aperti, i borseggi da quelle parti non sono una leggenda metropolitana, la borsa stretta, saluti il Sud, e quasi senza accorgertene dal finestrino inizi a vedere una immensa campagna punteggiata qua e là di rovine e vestigia di antiche glorie che sembrano semplicemente dimenticate là, come un vecchio trattore che non ne vuole sapere di partire. La campagna cede il posto alle case, tante case, alcune così vicine che se il treno si fermasse potresti quasi chiedere alla signora cosa sta cucinando: all’improvviso ti si apre alla tua sinistra il grande slargo di Porta Maggiore con l’imponente arcata, e lei è là che ti aspetta, la madre di tutte le stazioni, un ombelico del mondo ferroviario, a volte meta a volte scalo.

Roma Termini è un mondo a sé, con i suoi infiniti binari, decine di lingue e fisionomie che si mescolano nel magma umano che ribolle al suo interno, circondata da una banlieue multietnica che accoglie disperata umanità da ogni dove, una sorta di assedio alla sede dei fascisti di Casapound qualche isolato più in là, il tutto sullo sfondo di Santa Maria degli Angeli, beffarda nemesi architettonica sorta sul sito delle Terme del feroce persecutore Diocleziano. A Roma Termini vorresti fermarti, uscire e perderti nella Città Eterna, saltare sul primo treno della metropolitana e scendere in una stazione a caso, tanto c’è sempre qualcosa che ti sorprenderà: e invece riparti, saluti Firenze Santa Maria Novella, altezzosa e snob come la prima della classe che guarda schifata verso la compagna di scuola proletaria, prima che il verme metallico scavi dentro l’infinita galleria dell’Appennino.

All’uscita ti aspetta Bologna, la porta verso l’Emilia paranoica produttiva, col suo carico di dolore ancora recente scolpito nelle lancette dell’orologio ancora fermo alle 10 e 25 da quel 2 agosto di 37 anni fa, quando la sala d’aspetto della seconda classe esplose col suo contenuto di umanità in attesa; ti lasci alle spalle quella ferita ancora aperta, e lasci che l’Emilia ti scorra intorno, piatta e placida, Modena, Parma, Reggio Emilia, Piacenza, e senti che finalmente arriva il momento che in fondo aspettavi fin da quando sei partito, la fine del viaggio e quel tempo che sembra essere infinito man mano che ti avvicini ai luoghi che ti hanno adottato, alla tua nuova città per alcuni gentile signora, per altri crudele matrigna. L’altissima galleria reticolata protegge il treno dagli sguardi del cielo plumbeo, ma al tempo stesso non lascia che il sole risplenda all’interno, creando un’atmosfera rarefatta, quasi artificiale: Milano Centrale è la meta finale del viaggio e, spesso, il punto di partenza per l’ultimo spezzone, quello familiare dei treni regionali, a cui tutto sommato sei abituato, tanto da non percepirlo quasi come parte del viaggio. Sembra volerti dire, con le sue strutture liberty e le sue ampie e altissime volte, che non è così brutto come sembra, che può esserci del bello anche in una stazione: e tu sembri quasi crederle, vorresti sederti là e pensare, guardare il flusso di gente che corre qua e là, farti un giro in libreria, bere un caffè.

Ma poi ti ricordi dell’amara verità: da là, più presto che tardi, dovrai partire, perché in fondo è solo una stazione, e da qualche parte un treno, un autobus, una metropolitana ti aspettano. Prendi il fiato, tiri su il borsone, il viaggio è finito, ricomincia la vita.

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