Federer batte ancora Nadal: da “illuminato”?

Di Libano Zanolari

Il luminoso Federer visto oggi a Shanghai contro Nadal, battuto per la quarta volta in questo 2017 in soli due set (6-4 6-3) dà ragione all’autore americano David Foster Wallace che, sorprendendo non poco gli addetti ai lavori, aveva osato definire Roger, nel 2006, dopo averlo visto battere proprio Nadal a Wimbledon, “di carne e di luce”.

Un “illuminato” insomma, che capisce in anticipo, che colpisce una minuscola sfera in moto a più di 150 km l’ora come se si trattasse di una palla da spiaggia durante una partita di pallavolo. La forza brachiale del braccio di Nadal (sottolineata dai versi gutturali), smontata con facilità irrisoria, le traiettorie “lette” con grande anticipo, le risposte che rispediscono al mittente la freccia scagliata per ferire, nemmeno fosse un “boomerang”. E da parte sua quel calcolare sia in battuta che, a maggior ragione rispondendo, la direzione, la velocità e il “taglio” della palla mandandola fuori portata per un avversario, che, attonito, la vede sovente finire di qualche millimetro entro il perimetro. Verrebbe quasi voglia di battere maluccio e debolmente, se l’avversario ti risponde in rapporto alla tua forza, e più ti sembra di essere perfetto, più ti smonta. Ci sta insomma parlare di un “terzo livello” o di un “terzo occhio”, o anche di un sesto “chakra” (il nostro sesto senso) nel solco del testo di Wallace, pubblicato anche da “Casagrande”, “Federer as religious experience” a cui dobbiamo queste riflessioni. Una dimensione che comprende anche il “suono”.

Non della parole o della musica, ma della palla. Di recente Federer, ma anche Nadal, si erano lamentati per l’acustica che “impediva di sentire il suono della palla colpita”. Insomma, dal suono si riusciva a capire con quale forza e soprattutto in che modo, con quale “taglio” veniva colpita la sfera. Per arrivare a tanto paradossalmente la mente deve essere sgombra, vuota. Il pensiero razionale non permetterebbe a Federer di fare ciò che fa: il tempo di riflessione sarebbe troppo, la reazione troppo lenta. La “lettura” del gioco non può essere che intuitiva. Che Federer abbia preso un po’ dal padre, “solido” rossocrociato con i piedi piantati per terra, ideale per uno spot a base di birra e “bratwurst”, ma ancor più dalla madre, sudafricana di etnia indiana? Che Roger, consciamente o inconsciamente, rappresenti la fusione perfetta del corpo descritto (e scolpito) dai greci olimpici e la filosofia vedica di 3000 anni che tende all’armonia fra la carne e lo spirito? Poi ogni tanto qualcuno dei terrificanti che popolano quegli universi si manifesta come i nostri diavoletti e inducono il “divino” Roger a un gesto di stizza che meriterebbe un richiamo ufficiale, come contro Del Potro. Ohibò, dice l’argentino battuto in 3 set solo venti ore prima, sarà anche un “illuminato” ma se scaglia via la palla in quel modo, come un Wawrinka, un Kyrgios o un Fognini qualsiasi, va richiamato.

Ed eccoci al punto di partenza: ma insomma, come fa Federer a 36 anni, dopo mille infortuni e acciacchi tipo “colpo della strega” a giocare meglio di 15 anni fa? E al di là dell’arte del tennis, con quelle gambe, con quello scatto da sprinter e quella resistenza da maratoneta? Un bel caso, non basterebbe un libro… Per esempio, il dogma “they never come back”, non tornano mai, con lui non vale. Quanti grandi campioni, immemori della loro grandezza, hanno visto naufragare in esibizioni patetiche, i loro tentativi di ritorno alla gloria. Non è il caso di Roger, per lui c’è un ritorno sotto gli occhi di tutti, specialisti del tennis e profani. Ohibò, ci corre un sospetto: sarà mica un tipo di “reincarnazione” a ritroso, lui vivente.

Insomma un Federer che passa da un’età all’altra, da una dimensione all’altra nello stesso tempo: malaticcio, immalinconito, come assente e poi in stato di grazia. Qualcosa di “orientale”, di misterioso, insomma.

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