Con il Kenya piantato nel cuore

Intervista a Fabio Stefanini, ticinese impegnato da anni in progetti di sviluppo in Kenya, sulle difficoltà del Paese africano e le ultime turbolente vicende politiche

Di Redazione

Fabio Stefanini risiede in Ticino, e da anni si è innamorato del Kenya. Ha fondato l’associazione Amici del Kenya che da anni si impegna nella nazione africana. Per Fabio fare avanti e indietro dal paese dei Masai è diventata quasi un’abitudine, anzi, come ci spiega lui, una necessità. Può l’amore per un Paese cambiarci il colore dell’anima? Sembra di sì.

Fabio, parlaci della tua attività di volontario:

L’associazione compie quest’anno 10 anni, ad oggi contiamo 282 bimbi a scuola, tutti sponsorizzati da madrine e padrini tra Svizzera, Italia e Germania.
Oltre alla scuola ci occupiamo di microcrediti, dando la possibilità a donne e uomini di poter avere una loro piccola “impresa”. Inoltre contiamo 6 pozzi di acqua potabile all’attivo e stiamo realizzando il settimo.
Abbiamo acquistato una macchina per fare i mattoni dove 3 ragazzi, regolarmente stipendiati e che vanno ad aggiungersi agli 8 microcrediti, costruiscono mattoni con risorse della terra.
Oggi puntiamo tanto sulle bimbe, ragazze che domani diventeranno donne, e sappiamo tutti, come anche nel nostro Paese, che ancora non c’è una parità assoluta tra i due sessi.

Vogliamo perciò che le nostre bimbe e ragazze, domani possano contare qualcosa sul piano sociale, essere rispettate ed avere una posizione importante nella società futura.

Fabio, prima di tutto dicci cos’è il Kenya per te

Cosa è per me il Kenya? Se dovessi dirlo in poche parole direi: Kenya and Kenyan people are my life. Lo è davvero, il Kenya oggi è la mia vita, è dentro di me, fa parte del mio “credo”. Sono certo che in un controllo del mio DNA se ne troverebbe traccia. Difficile spiegare a parole cosa sia per me il Kenya. Laggiù, nella “mia terra” ho amici, ho dei bimbi e le loro famiglie che contano su di me, sull’associazione, sulle nostre promesse. C’è Lolo, che dopo la prematura scomparsa del mio Amico del cuore, di sempre, è l’unico vero Amico che mi è rimasto. Colui che è capace di entrare nel mio cuore e non uscirne mai, neanche se dovessi prenderlo a calci nel sedere, lui è li ed è quello il suo posto, nel mio cuore.
Oggi per me il Kenya vuol dire futuro, riconoscenza a questo popolo che ti sorride, che ti apprezza e che ti saluta. Si proprio così, ti saluta a testa alta e a voce chiara.
Il Kenya è la mia vita.

Fabio, tu conosci bene la realtà kenyota, cosa sta succedendo politicamente? Uhuru Kenyatta , figlio del padre dell’indipendenza è il premier, cosa sta succedendo nel paese? Sappiamo di numerosi disordini.

Oggi in Kenya c’è una falsa democrazia, la corruzione si è allargata a macchia d’olio ovunque. Personalmente ho dovuto recentemente pagare per superare posti di blocco voluti appositamente dal governo.
Kenyatta non è assolutamente ben visto da nessuno se non dalla parte della sua tribù, i “Kĩkũyũ” una tra le oltre 40 entità tribali keniote.
Le elezioni che si sono tenute alcuni mesi fa sono state annullate dalla Corte Suprema, la quale ha riscontrato frodi ovunque, in questo scrutinio si è percepita e concretizzata la malafede di chi oggi sta “governando” un Paese che avrebbe davvero bisogno di essere guidato sulla retta via, quella del sapere, della conoscenza.
Raila, colui che potrebbe essere il futuro candidato alla presidenza del Paese, ha chiesto al popolo keniota di boicottare le elezioni che si svolgeranno domani, sabato 28 ottobre 2017, dichiarando anticipatamente che le stesse sono una farsa e che sarà una perdita di tempo e uno spreco di quattrini. La corruzione come dicevo è sparsa ovunque e ci sono troppi interessi economici in gioco.

Il mondo che fa nel frattempo? Si siede e guarda.

Qual è, secondo il tuo parere, la strada che potrà intraprendere il Paese? Quali sono le speranze e le difficoltà?

Non cambierà nulla, come capitò nel 2007 e nel 2012. I Kĩkũyũ sono al potere da sempre, dettano leggi e fanno credere al mondo di essere eletti in modo democratico. Basta girare tra la gente per capire che il popolo non è con Kenyatta.
I Kĩkũyũ hanno recentemente usato strategie poco ortodosse, come per esempio passare da villaggio in villaggio con promesse fasulle, regalando soldi a chi per due scellini venderebbe anche la madre, con la richiesta di dare il voto all’attuale presidente.

Le speranze, semmai vincesse Raila, apprezzato da gran parte della popolazione, sarebbero buone, non dico rosee, ma sicuramente si andrebbe verso la giusta via. Vedendo comunque ciò che capita oggi nel Paese, le speranze, appunto, sono ridotte all’osso.
Le difficoltà? Quali sono? Tutte, dal cibo alle cure, dall’istruzione all’accesso all’acqua o alle possibilità concrete che un uomo o una donna dovrebbero avere.
Le malattie la fanno da padrone, il popolo soffre e il governo tace.
Mi piace pensare che noi possiamo essere una goccia di speranza in questo meraviglioso Paese. Che possiamo aiutare a trovare un futuro, ahimè, ancora troppo lontano.
I Love Afrik

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