Se King Roger vince anche da Re Nudo

Federer a Basilea sembra umano come tutti, e come un umano qualsiasi soffre e ribalta il match

Di Libano Zanolari

Alzi la mano chi, a Basilea o davanti allo schermo, per tre quarti della partita non ha avuto la tentazione ( blasfema?) di pensare che il Re fosse nudo: intanto perché nei momenti cruciali sembrava che una divinità malefica facesse di tutto di tutto per operare una di quelle terribili metamorfosi che turbavano i pensieri degli antichi – tipo la trasformazione da umano in asino. Non ce ne voglia Roger, è roba d’altri tempi, mitologica, con la quale però si metteva in dubbio che un umano potesse essere eternamente tale, senza passare per un certo tempo nella pelle di un animale, o semplicemente, diventasse qualcosa di diverso da se stesso Fuor di metafora, se il “Sommo”, oltretutto in due momenti cruciali, sbaglia una volée che nemmeno il numero 450 sbaglia, e si ripete mandando fuori a campo completamente aperto, qualcosa deve essere successo.

E pazienza, ci possiamo sempre consolare facendo capo al “latinorum” (dà un certo tono di fatalità): errare humanum est. Ma ripetersi è diabolico. E Roger si ripete: ogni qualvolta ha in mano la partita fa di tutto per sprecare l’occasione, sembra voglia farsi del male, chissà per quale contorto percorso psichico. Anche se il dato storico esiste, indiscutibile. Del Potro a Basilea è la “bestia nera” di Roger. Lo ha sconfitto due volte in finale. Proprio a casa sua, anche se ora si è trasferito nella bucolica Valbella. E che bestia, Juan Martin: una che colpita da terribile morsi, le carni lacerate, va a morire in pace nella savana, ma quando il cacciatore la scopre per assestare un ultimo colpo, viene azzannato. Cosi è Delpo che ci mette del suo, e fa in modo che il suo fisico da plantigrado risulti ancora più pesanti e indolente di quanto non sia. È anche così che cerca di disorientare l’avversario. E si direbbe riesca, a tal punto che il “divino” Federer dopo l’ennesimo errore se la prende con la rete e per due volte scaglia la pallina al soffitto. Ma non è vero, come un Wawrinka, un Kyrgios o un Fognini qualsiasi? Come un qualsiasi uomo terribilmente arrabbiato con se stesso. Anche se c’è modo e modo. Ci si può arrabbiare per principio, per mancanza di carattere o a causa di un pessimo carattere. Federer perlomeno si arrabbia solo con se stesso, non con l’arbitro.

Insomma, il pensiero che il Re si sia spogliato delle sue sacre insegne, del suo abito d’oro con il bordo in ermellino ci sta tutto. Il Re Nudo è solo un uomo, con la sua pelle umana, come tutti noi. Ma poi, come già contro Mannarino, il rospo si fa principe in un’ennesima metamorfosi. La demi-volée contro il francese che rovescia le sorti della partita è ormai nella storia. Un colpo magico, poco umano. Federer ritorna veggente, legge il colpo dell’avversario prima che lo stesso lo abbia pensato e corre dove la palla sarà messa. Ma perché tanta fatica? Perché la prima non passa, perché i colpi sono timorosi, poco profondi , poco aggressivi? Da dove viene questa paura di vincere? Una domanda che ci facciamo tutti nelle nostre vicende private. Un bel mistero che nessuno riesce a spiegare. E insomma, sull’orlo del baratro (sportivo, s’intende) Roger, complice anche il cedimento fisico dell’argentino, questo si visibile, chiaro, ritrova se stesso e si impone in tre set, non senza aver perso il servizio in entrata. Il Re è nudo? Forse, ma è sempre un Re che alla fine la spunta, anche se in veste umana.

Perso il primo set al tie-beak (dopo aver condotto 3 a 0) vince non senza soffrire il secondo, e alla distanza ritrova se stesso dopo aver perso nuovamente il servizio in entrata, per rimediare subito. La ricorderemo a lungo questa finale. Ma ci resta una domanda senza risposta: perché tanta fatica, tanta sofferenza? Era solo una partita di tennis, l’abbiamo vissuta come un’avventura personale. A questo può arrivare una sfida per sport. Grazie Roger, malgrè tout, o forse proprio per aver penato così tanto. Per aver vinto, proprio come uno di noi.

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