La montagna che si mangiò 37 persone

Di Marco Narzisi

La frana in Bregaglia di poco più di un mese fa mi ha riportato alla mente una tragedia analoga con conseguenze ancora peggiori, di cui in questi giorni ricorre l’ottavo anniversario.

Era la sera del 1 ottobre di 8 anni fa, a Roccalumera, Sicilia, sonnolenta riviera jonica del Messinese. Pioveva che Dio la mandava, e forse anche troppo; una pioggia così intensa e fitta non si era mai vista, ho pensato che forse era davvero troppo, c’era qualcosa di anomalo. A un tratto, intorno alle 23, vidi mia sorella, all’epoca volontaria in Croce Rossa, uscire di casa come una scheggia con indosso la divisa: era successo qualcosa di grave, molto grave.

Apro allora un sito di notizie locali: si parla di un crollo di un palazzo avvenuto a Scaletta Zanclea, circa 15 km a Nord; arriva poi la notizia di allagamenti, smottamenti, un uomo trovato morto nella cantina di casa. A poco a poco iniziano ad arrivare le prime notizie ufficiali: le colline che sovrastano la zona sono semplicemente venute giù, sbriciolate come pane secco, mostruosi serpenti di roccia e fango che divorano tutto quello che incontrano sul loro cammino, strabordano nelle vie del paese, mangiano case, animali, uomini, donne, vecchi, bambini. È l’Apocalisse. Un’altra frana, fortunatamente senza conseguenze, interrompe la ferrovia, l’autostrada e la strada statale a sud di Scaletta, un’altra poco a nord, a Giampilieri, completa l’accerchiamento: chi doveva andare a Messina provenendo da sud rimane bloccato, moltissimi escono proprio al casello di Roccalumera, l’ultimo avamposto prima dell’apocalisse, si forma una lunghissima coda di auto sul lungomare, si iniziano a distribuire acqua e coperte, si appresta una specie di accampamento provvisorio al campo sportivo. I primi soccorsi hanno qualcosa di incredibilmente eroico nella tragedia: c’è chi va a piedi per 15 km dalla ferrovia ormai bloccata, chi dalla spiaggia aggirando la frana, chi addirittura mette a disposizione le barche per raggiungere il luogo via mare. Ricordo di essere rimasto sveglio fino alle 3, un’angoscia nel cuore man mano che saliva il numero delle vittime, la paura che fra quelli ci fosse qualcuno che conosco: queste cose succedono sempre da qualche altra parte, si resta spiazzati quando capitano dietro casa tua. Il giorno dopo inizio a ricevere le prime telefonate: “Stai bene? Ho sentito che è successo qualcosa di brutto dalle tue parti”. Accendo la TV e mi rendo conto dell’Apocalisse che si è abbattuta sulla mia terra: oceani di fango, melma che riempie paesi interi, si scava con tutti i mezzi possibili; le vie di comunicazione sono interrotte, molti piccoli villaggi saranno isolati: ad Altolia, meno di 200 anime là sulle colline, i soccorsi arriveranno 2 giorni dopo, avvisati da una ragazza che finalmente riesce a far funzionare il suo telefono. Una mia amica non ha rintracciato il nonno per 2 giorni: lui, per fortuna, si era messo in salvo in un’abitazione quando la catastrofe è iniziata.

Man mano vengono fuori i morti, sommersi, travolti, una donna ritrovata decapitata da un mio amico volontario. Saranno 31, alla fine, allineati in sacchi neri lungo la ferrovia, a cui si aggiungono 6 persone mai più ritrovate, arriviamo a  37 vite divorate dalla furia della montagna, 37 storie spezzate.

C’è Simone Neri, 28 anni, sottocapo di prima classe in Marina Militare, una bellissima ragazza e tanti progetti. È su un tetto a Giampilieri, in salvo: ma qualcuno grida, un vicino intrappolato nella casa venuta giù. Simone scende dal tetto, va a portarlo in salvo, poi una donna, poi un amico, alla fine porterà 8 persone in salvo su quel tetto: alle 21 chiama la sua ragazza, le dice che c’è un bambino che piange e va a vedere, “qualunque cosa succeda, ti amo”. Lo ritroveranno 2 giorni dopo, probabilmente travolto dal crollo di una parete divenuta un muro di fango e detriti.

C’è Nino Lonia, che in piedi sulle macerie della sua casa macinata dal fango, dove è già stato trovato il cadavere della moglie Maria Letizia, cerca i figli Francesco e Lorenzo, di 2 e 6 anni: i corpi verrano alla luce 2 settimane dopo.

C’è Santi Bellomo, macellaio, che si attarda a salvare quel che si può e si rifugia poi in un palazzo, lo stesso in cui si trova Carmelo Licciardello, imprenditore edile che in quella casa ci sta lavorando: nessuno li ritroverà più.

C’è Ketty De Francesco, 29 anni e un matrimonio da celebrare 2 giorni dopo; e c’è Carmela Cacciola, 58 anni, insegnante, che vive da sola in una casa che viene letteralmente cancellata: la sua scomparsa però la segnala un’amica di Palermo sui blog che frequentavano insieme, sa che abita lì ma non riesce a rintracciarla, non le risponde. Il suo corpo, probabilmente, se l’è portato via il mare.

Il mostro che ha ucciso Simone, Francesco, Lorenzo, Ketty, Carmela, Santino, Carmelo e le altre 30 persone ha un nome preciso e mille, inafferrabili volti: dissesto idrogeologico. Le colline scavate, mangiate, violentate, lo stupro del territorio con escavatori e motopale, gli alberi estirpati, gli argini dei torrenti trasfomati in discariche di materiali inerti, la montagna sacrificata all’abusivismo e alla cementificazione selvaggia, gli stessi torrenti coperti di cemento per costruirci sopra residence e appartamenti, trasformati in autostrade su cui il fango scorre invadendo la strada anziché convogliarsi all’interno degli argini, verso il mare.  C’era stato chi, due anni prima, aveva segnalato la situazione di pericolo: nessuno li ha ascoltati, nessuno era intervenuto. È venuto giù tutto quando la Natura ha detto basta, quando i costoni di roccia non hanno più retto sui loro fragili sostegni, schiacciati dal peso dell’enorme massa d’acqua che li ha trasformati in voraci anaconde di fango che hanno divorato Scaletta, Giampilieri, Altolia, Molino e altri villaggi dell’estremo limite sud di Messina.

Fra gli indagati spicca l’allora sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia Giuseppe Buzzanca, uno che ebbe il buon gusto di farsi immortalare sorridente sulle macerie insieme a Raffaele Lombardo, presidente della Regione: sarà la comunella fra uno che è stato condannato per peculato perché andava in vacanza con l’auto blu e l’altro che si è preso 2 anni per voto di scambio evitando in appello una condanna a 6 anni e 8 mesi per concorso in associazione mafiosa.

A luglio di quest’anno si è svolto il processo di appello, dopo la condanna in primo grado.

Tutti assolti.

Nessun colpevole. È stata la Natura a mangiarsi 37 persone.

Succede.

 

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