L’indipendenza alle vongole di Gerard Piqué

Di Hans Lockli

Tra sventolii social di bandiere catalane, dichiarazioni più o meno avventate di questa o quella persona, buffi paragoni col (tentato) golpe di Tejero o addirittura – sì, qualcuno l’ha fatto – allarmi di ritorno al franchismo un punto fermo di tutta la faccenda dell’indipendenza catalana l’ha data un calciatore.

Sì, perché serve a poco dire come un voto con i bollettini inseriti nelle scatole Ikea senza uno straccio di certificato lasci il tempo che trovi; esattamente come a poco serve gridare alla corruzione di tutti – Madrid, Barcellona e tappe intermedie. Perché alla fine della fiera è stato Gérard Piqué, capopopolo catalano e a tempo perso non imprescindibile difensore del Barcellona, a dire fuori dai denti qual è il sentimento: “un indipendentista può giocare nella nazionale spagnola, se andassi a cena con chi mi insulta gli farei cambiare idea.

Molto bene. Ma allora cosa vogliono dire indipendenza, secessione, Catalunya no es España? Cuore, mente e tutto se stesso da una parte, giocare le partite con una Nazionale che non senti tua e della quale non canti l’inno dall’altra? Soldato Piqué, spiace, ma qui c’è poca coerenza. Ed è un mondo dove le questioni politiche sono messe in secondo piano rispetto a quelle sportive, anzi, calcistiche. È un mondo dove la dichiarazione di un calciatore mediaticamente vale quella di venti intellettuali. Cosa se ne deduce? Che indipendenza sì ma alle vongole, che tanto io per la Corona di Felipe VI ci voglio comunque giocare.

Non siamo catalani. Non sappiamo cosa vogliano dire per loro questi giorni, queste fratture, questi travagli. Probabilmente, anzi, per dire queste cose Piqué di motivazioni ne avrà avute. Ma si ha avuta la netta prova del perché sia un calciatore e non un intellettuale. Un politico, forse. Perché effettivamente una considerazione del genere è della miglior tradizione democristiana: un po’ qui, un po’ lì.

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