“Mi considero una deficiente”

Una testimonianza diretta di molestie, fra paura, vergogna e coraggio di raccontare

Di Redazione

Ho sempre patito il mal di schiena. Quando qualcuno mi parla di qualche terapia-miracolo, provo.
Una decina di anni fa, mio fratello, entusiasta di un nuovo metodo appena sperimentato, mi suggerisce di provare l’atlas-terapia in un nuovo studio appena aperto a Muralto, fiduciosa prendo appuntamento.
Il “fisioterapista” mi accoglie in uno studio indianeggiante molto zen con Buddha, incenso, fontanine, musichina,…. Dopo una sommaria anamnesi inizia a palpare, stiracchiare, tirare il collo. Sono un po’ scettica perché i miei problemi sono il nervo sciatico e le ultime lombari…però dalle informazioni che avevo preso in merito alla terapia, pare tutto conforme…
Dopo una ventina di minuti mi chiede se desidero anche un massaggio rilassante con l’olio caldo. È inverno, ho la mattinata libera, ho mal di schiena, adoro i massaggi, mi piace il caldo…proposta accolta con entusiasmo.
Mi invita a spogliarmi (“puoi tenere gli slip”) e indossare un suo accappatoio. Non sono mai andata a farmi fare un massaggio, dunque, sebbene leggermente impacciata, ubbidisco con malcelata nonchalance.
Mi sdraio a pancia in giù sul lettino ed inizia il “trattamento”. Mi sento subito a disagio. Il suo respiro è affannato, mi parla con voce rauca, l’odore d’incenso si fa sempre più intenso, l’olio caldo sulla schiena è sufficiente per un’intera squadra di “majorettes”. Ma non son mai andata a farmi fare un massaggio, magari è la prassi…
“Va bene? Ti piace”. Vorrei trovarmi a Katmandu ma rispondo “Si si, tutto bene. Bello.”
“Allora adesso alzati e siediti con la schiena davanti a me”. Mi sento morire d’imbarazzo. Ho due tette che dopo aver sfamato e coccolato eroicamente tre figli sono ormai piuttosto mollicce e raggrinzite e detesto esporle, poverine. Però mi ha detto di stare di schiena, magari non le vede. Ma vabbé…non sono mai andata a farmi fare un massaggio, probabilmente è così che si fa…e poi che figure faccio se dico che no, non me la sento? Una pora sfigatella bigotta. “Sì, certo”. E mi siedo. Lui si toglie la maglietta (magari deve trasmettermi dell'”energia”?) e si mette dietro di me. Il suo petto contro la mia schiena, l’olio caldo che mi scivola addosso, le sue manone che mi palpano ovunque, il suo respiro ansimante nelle orecchie. Mi viene da vomitare. Sono paralizzata. Mi gira la testa.
“Va tutto bene?”. Vorrei urlare che no, non va per niente bene, che mi fa schifo, che mi sento morire. “Sì”, rispondo.
L’incubo termina. “Puoi vestirti, intanto esco a guardare l’agenda per il prossimo appuntamento”. Con gran fatica racimolo i miei panni e dai rumori capisco che è andato in bagno. Fuggo mezza vestita.
Incontro mio fratello dopo qualche mese: “Sei poi andata a fare l’atlas-terapia?”. “Si, grazie per il suggerimento, ma non mi ha fatto un granché”.
Qualche anno fa, a una cena di famiglia, salta fuori il discorso del mal di schiena e dei vari metodi a disposizione per alleviare il disagio. Mia sorella mi chiede se per caso ho provato da X.X (nome noto alla redazione). Divento paonazza e balbetto un “sì”. Mi guarda e mi chiede “Anche a te?”. “Sì, anche a me”. “Anche a me”, risponde lei. “E cosa hai fatto?”, le chiedo. “Niente”. Probabilmente oso scrivervi questa testimonianza perché non vi conosco personalmente e anche se mi considerate una deficiente non mi turba eccessivamente (un po’ sì, però!).
Non lo so perché non ho detto, non ho fatto niente. Né durante, né dopo. Non lo so. E portandoti questa testimonianza mi considero molto deficiente.

È deficiente Luisa? (nome di fantasia). No che non lo è. È umana e gentile. È comunque coraggiosa a raccontare la sua esperienza. E soprattutto ci fa capire perché spesso rimane solo il silenzio. La paura, la voglia di dimenticare, la vergogna. La voce la diamo noi a Luisa, anzi, no. È lei stessa che parla e ci racconta. Lei è artefice della sua liberazione. Grazie, Luisa.

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