Perché la Svizzera (e il PS) devono puntare ai giochi di Sion 2026

Di Libano Zanolari

Perché l’arroganza del CIO, che impone una Città Olimpica faraonica sulla gobba di uno Stato che poi riversa i costi sul contribuente, ha lasciato il posto a un’apertura che può essere sfruttata dalla piccola Svizzera per un successo epocale in cui possiamo far valere i nostri valori, in primis il consenso popolare e l’efficienza: in un mondo in cui solo le superpotenze o i satrapi travestiti da padri del popolo possono competere.

Anzi: potevano competere, perché a furia di ricevere schiaffi e calci nel sedere (a casa sua, in Baviera, ma anche a Oslo e a Stoccolma)Thomas Bach e soci sono con l’acqua alla gola e devono trattare in condizioni di debolezza. Intanto, tipico del potente in difficoltà, il CIO ha emanato una Carta etica in cui rinnega formalmente i suoi principi-capestro, e che torna nettamente a favore delle nazioni medio-piccole, come la Svizzera, esattamente. Il principio della concentrazione tipo Sochi 2014, lascia il posto ai giochi assegnati a molte città e regioni all’interno del Paese organizzatore. Gli impianti e i palazzi dello sport che dovevano essere il top dell’architettura e dello sfarzo sono ridimensionati e devono essere pensati per servire anche in futuro, costruiti tenendo conto dell’impatto ambientale e della sostenibilità dei costi. La chiave di ripartizione delle entrate per diritti TV e spettatori diventa più favorevole al sito che organizza. Da qui a credere sulla parola che l’avido lupo olimpico, bastonato due volte dal popolo grigionese, abbia cambiato pelle ce ne corre.

Il vizio è di certo rimasto, ma da quando le pecorelle e le caprette sono state ben nascoste nella stalla e il numero dei magnifici “Sennenhund” (cani casualmente bernesi, “Berner Sennenhund”) fa paura, il lupo ha avvisato per SMS che ora si limita a qualche ratto o qualche infelice leprotto, e al limite mangia pure erba e licheni. Tradotto: il progetto svizzero con Vallese, Vaud, Friborgo e Berna e i Grigioni (St.Moritz per bob, skeleton e slittino) molto decentralizzato, può essere vincente. Per l’hockey su ghiaccio sfrutta le capienti piste di Berna, Friborgo e Bienne, per il salto con gli sci Kandersteg, risolvendo così problemi che i Grigioni con il solo stadio coperto di Davos e con il rifiuto popolare della costruzione d’un trampolino a St. Moritz non riuscivano a risolvere. Sion 2026 ha insomma molti “atout” da giocare, in perfetta sintonia con il nostro territorio, con la nostra mentalità, con la nostre capacità organizzative, le nostre piste e le nostre bellezze naturali.

Intanto però Guy Parmelin, da sempre favorevole a Sion 2026, mercoledì ha frenato gli entusiasmi bacchettato sulle dita, pare, da Simonetta Sommaruga che vede altri modi per impiegare il miliardo di garanzia di Stato preteso dal CIO, su un miliardo e 800 di spese preventivate, con soli 93 milioni per nuovi impianti e infrastrutture. Un budget limitato rispetto ai recenti, senza pensare ai 40 miliardi spesi a Sochi dalla Russia di Putin.

Si profila uno scontro politico fra UDC e PS, scontro che rischia di essere fratricida perché alla testa di Swiss Olympic assieme all’UDC Jürg Stahl, presidente del Consiglio nazionale, in qualità di vice c’è il senatore socialista bernese Hans Stöckli, uno dei principali promotori di Sion 2026. Ci ricordiamo bene dei disastri di Torino 2006 e Vancouver 2010. In Italia siamo passati dai previsti 500 milioni di euro a 3,5 miliardi con gli orrori di una pista di bob e di un trampolino che fagocitavano 3,7 milioni l’anno per il mantenimento e che non sono più stati utilizzate; e che dire delle sciagurate previsioni di Vancouver? Costo due miliardi, con 51 milioni di profitto: conto finale 7 miliardi di dollari canadesi, con 925 milioni di debiti da pagare per i contribuenti della British Columbia. Ma proprio per queste ragioni il CIO non tiene più il coltello dalla parte del manico e la Svizzera in questo braccio di ferro ha eccellenti carte da giocare. E il PS pure: può far valere molti suoi postulati, imporre una sua agenda in materia di rapporto costi-ricavi e di gestione delle risorse pubbliche, anche in prospettiva di un ritorno turistico e d’immagine che è sempre un po’ vago ma che la Svizzera può tramutare in realtà.

Intanto la pericolosa rivale Stoccolma si è ritirata per motivi finanziari (!), restano Innsbruck, Lillehammer, Calgary, Sapporo che possono basarsi sull’esistente di un recente passato, e Almaty (Kazakistan); ma dopo Pyeongchang 2018 (Corea del Sud), Tokio (2020) e Pechino (2022) non si ritorna di certo in Asia. Allora: perché non andare a Ulrichen-Goms, Veysonnat e Aigle? Alle nostre condizioni, a misura di natura e di uomo, e con il pallottoliere dei bottegai per frenare l’avidità, l’ambizione e il lusso dei funzionari olimpici.

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