RSI, non sono nata ieri

L’abolizione del canone non comporterebbe solo licenziamenti per centinaia di persone, ma anche uno scadimento nella qualità dei programmi e un generale impoverimento culturale

Di Nicoletta Barazzoni

Quando un esperto professore di economia come Mauro Baranzini (vedi l’articolo allegato) si pronuncia sull’iniziativa No Billag, e analizza lo scenario catastrofico che si profila all’orizzonte se si voterà sì, c’è da aver paura. Perché Baranzini porta argomentazioni scientifiche, non gabellando una realtà per un’altra. Se per delirio d’ipotesi dovesse passare l’iniziativa per l’abolizione del canone radiotelevisivo (No Billag), le conseguenze sociali saranno gravissime.

Baranzini nel suo articolo espone i pericolosissimi retroscena economici, sociali ed umani che si delineeranno se l’iniziativa dovesse trovare il consenso popolare. Le previsioni di Baranzini sono credibili e affidabili perché non sono frutto del calcolo delle probabilità, o di opinioni di protesta, come per una partita di calcio, ma sono la visione studiata, letta con precisi parametri economici e sociali di quel che succederà se il delirio dovesse avverarsi.

Di sicuro io voterò no alla No Billag perché l’iniziativa impone alla Confederazione di non più sovvenzionare nessuna emittente televisiva o radiofonica. E questo significa, di conseguenza, la soppressione e l’elininazione della SSR della RSI, che senza la riscossione del canone, decisa per volontà politica, scompariranno, per il gaudio di chi si prenderà tutti gli introiti pubblicitari della SSR. Voterò no alla No Billag perché per 1 franco e 20 centesimi (il costo giornaliero del canone) non voglio diventare correa di licenziamenti, e nemmeno voglio essere responsabile della situazione in cui moltissime persone, con le loro famiglie, (età media tra i 40 e i 60 anni), si verranno a trovare, senza lavoro e disoccupati.

Mi immagino il panorama mediatico della Svizzera italiana finire nelle mani di imprenditori d’assalto e di cinici calcolatori del guadagno pubblicitario, che non ci chiedono di pagare il canone ma che non ci offriranno di certo televisione gratuitamente. La RSI collabora con molte manifestazioni culturali e musicali di livello come Locarno festival, Estival Jazz, il Blues to Bop, per citarne solo alcuni. Perderebbero un interlocutore fondamentale, con il conseguente appiattimento e impoverimento di una realtà ticinese che ha faticato una vita per assicurarsi questi punti di forza. Ci sarà un effetto domino e la perdita della radiotelevisione si ripercuoterà inevitabilmente su moltissimi altri ambiti, che gli iniziativisti non considerano minimamente. È come se una famiglia decidesse di rinunciare ad avere contatti e relazioni con i suoi membri perché la comunicazione costa, e perché non é giusto che ogni componente del nucleo familiare versi una quota (1.20) affinché tutta la famiglia rimanga informata, connessa ed abbia accesso alle possibilità tecnologiche.

La televisione di servizio pubblico ha dei vincoli precisi che la televisione privata non ha e non avrà mai, né tantomeno si assoggetterebbe ad avere perché opera con le logiche del libero mercato, nell’ottica del profitto. Le emittenti private, per esempio, non sono obbligate a contemplare la figura dell’ombudsman. Il principio del servizio pubblico nel settore dei media, così come è inteso in Svizzera, si basa sui seguenti elementi: raggiungere l’intera popolazione in tutte le regioni linguistiche, rispecchiare la varietà culturale e di opinioni, nonché mantenere la propria indipendenza nei confronti degli interessi politici ed economici. Per finanziare il mandato conferitole, alla SSR vengono assegnati fondi derivanti dal gettito del canone. In molti casi il mandato di servizio pubblico, conferito alla SSR, richiede una procedura che le televisioni private non sono tenute a seguire. I giornalisti impiegati nel servizio pubblico, per esempio, devono rispettare delle precise regole deontologiche, in osservanza inannzitutto del mandato sociale, del popolo, del plurilinguismo e del federalismo. La Svizzera è cresciuta e si é fondata sul principio della solidarietà e della sussidiarietà. Infatti il mandato di servizio pubblico della SSR deve orientarsi al principio della sussidiarietà, sancito dalla Costituzione.

Ma vogliamo davvero paragonare la qualità dei film e dei documentari in HD (e di programmi di rilievo) che guardiamo sui nostri canali SSR/SRF/RSI La1/RSI La2 con le trasmissioni delle televisioni private? La televisione pubblica non striscia sulle notizie perché ha il compito costituzionale di agire eticamente, in un viaggio che, per quanto mi concerne, mi appartiene da quando sono nata. E in questo paese non sono nata ieri.

 

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