Sicilia al voto, poche luci, tante ombre

Si vota domenica prossima per il rinnovo dell’Assemblea Regionale e l’elezione del Presidente della Regione. Test cruciale a livello nazionale o semplicemente di portata locale?

Di Marco Narzisi

Domenica prossima, 5 novembre, si vota in Sicilia per l’elezione del Presidente della Regione e del Parlamento regionale, l’Ars (Assemblea Regionale Siciliana). Si tratta di un appuntamento elettorale che travalica i confini locali e rappresenta un test importante per i futuri scenari politici. Al di là dell’essere una Regione a statuto speciale, la Sicilia è stata spesso determinate a livello nazionale: un esempio per tutti le elezioni del 2001, quando il sistema maggioritario uninominale, premiò il centrodestra berlusconiano con un clamoroso “cappotto”, 61 collegi conquistati su 61.

In Sicilia si svolgeranno delle vere e proprie prove tecniche di coalizione in vista delle elezioni politiche nazionali del prossimo anno, e seppur con le dovute proporzioni relative alla natura locale del test, i risultati saranno decisamente indicativi, benchè Renzi si sia affrettato a minimzzarne la portata ridimensionandolo a voto di rilevanza locale.

Veniamo agli schieramenti. Nello Musumeci è un po’ un’icona della Destra siciliana: presidente della Provincia di Catania con il  Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale e considerato da molti uno degli artefici della rinascita della città etnea insieme al sindaco Enzo Bianco nei primi anni 2000,  europarlamentare con Alleanza Nazionale, presidente della Commissione regionale Antimafia, più volte minacciato di morte da Cosa Nostra, 11 anni passati sotto scorta. Si presenta ora come favorito dai sondaggi con il suo movimento civico #Diventeràbellissima, nome tratto da una citazione di Paolo Borsellino, sostenuto dall’intero schieramento di centrodestra (Fratelli D’Italia, Forza Italia, Noi con Salvini, ecc..) e accreditato di una percentuale intorno al 35%. Segue a ruota il M5S con Cancellieri, distante 2 o 3 punti e anch’esso oltre il 30%.

Per il Partito Democratico, alleato con i centristi, si prospetta invece una vera e propria disfatta, con un quasi dimezzamento dei voti che dovrebbero passare dal 30% del 2012 al 15-20%; il PD paga, probabilmente, la scarsa visibilità del candidato Fabrizio Micari, rettore dell’Università di Palermo. A ciò si aggiunge la grande delusione rappresentata dall’esperienza di Crocetta, fra promesse mancate, riforme fallite (su tutte l’abolizione delle Province) e una gestione amministrativa e politica dedita soprattutto alla conservazione del potere, con 4 governi diversi  e l’incredibile numero di 59 assessori nominati in 5 anni, fra dimissioni e revoche, praticamente uno al mese.

Dietro, la Sinistra finalmente unita, da Sinistra Italiana a Rifondazione passando per i Verdi, Possibile e Mdp, con candidato Claudio Fava, figlio del giornalista Giuseppe Fava, assassinato dalla mafia nel 1984, potrebbe superare il 10%, raddoppiando quindi i propri voti e insidiando il PD. Di fatto, in Sicilia si riproduce uno scenario già visto recentemente anche a livello europeo: avanzata delle destre e dei populismi, qui perfettamente rappresentati dal M5S, crisi profonda dei partiti socialdemocratici, crescita della Sinistra radicale.

Tutto a posto se vince Musumeci? Non proprio. Diversi sono infatti i punti oscuri legati alla presenza di diversi “impresentabili”, ovvero una serie di candidati indagati per una vasta serie di reati, dalla concussione al voto di scambio al danno erariale. C’è chi addirittura è già pregiudicato, come Ernesto Calogero, condannato a 4 anni per una compravendita di diplomi. E ci sono poi dei personaggi che per un verso o per l’altro fanno discutere: c’è il giovanissimo Luigi Genovese, 21 anni, figlio, ed erede dei tanti voti, del più noto Francantonio Genovese, parlamentare PD poi passato a Forza Italia, ex sindaco di Messina, il re della formazione professionale siciliana, condannato a 11 anni per aver sostanzialmente gonfiato i prezzi delle prestazioni e servizi di alcuni enti di formazione per incassare (e intascare) più fondi europei e regionali del dovuto destinati appunto alla formazione. E poi c’è la fonte suprema di imbarazzo, ovvero il giovane candidato catanese di Forza Italia Riccardo Pellegrino: un’indagine archiviata per voto di scambio mafioso alle spalle, un fratello imputato per mafia nei processi al clan del boss latitante Mazzei e condannato per estorsione, un comizio in cui urla a gran voce l’orgoglio di essere amico del figlio dello stesso Mazzei , e la dichiarazione che nel suo quartiere, San Cristoforo a Catania, se ci fossero i mafiosi anziché la delinquenza attuale ci sarebbe ordine. Un curriculum di prim’ordine, non c’è che dire.

Musumeci ha pubblicamente ammesso il problema, sostenendo di “non essere stato ascoltato”, che in due parole gli impresentabili sono nelle altre liste della coalizione, non nella sua (di cui però fa parte il suddetto Calogero), ha rassicurato Salvini sul veto a persone poco gradite all’interno della Giunta regionale. Ma rimane il fatto che queste persone portano voti alla coalizione e alla sua elezione a Presidente della Regione, e non abbiamo ancora sentito Musumeci dire di non volere quei voti, di non votare quelle persone. Sappiamo tutti benissimo come funziona, con le coalizioni: io ti porto voti con la mia lista, tu mi dai incarichi, assessorati, posti qui e là per me e i miei protetti. È arduo pensare che persino Musumeci possa sfuggire a una simile logica, vorremmo pensarlo fermo e deciso nei suoi veti.  Chi ci dice che lo ascolteranno quando si tratterà di governare e che ognuno non cercherà di far valere il suo pacchetto di voti? Chi avrà davvero voce in capitolo, Musumeci o i vari Miccichè e compagnia, o addirittura lo stesso Salvini, che già annuncia “nessun profugo negli hotel siciliani”? Giusto per ripetere il ritornello anche a Sud.

D’altronde l’alternativa si chiama M5S, e il disastro romano induce a scarso ottimismo al riguardo. Il dilettantismo politico del Movimento è sotto gli occhi di tutti, e governare una Regione è decisamente più arduo che esser sindaco di una città, seppur grande come Roma. Inesperienza politica, scarsa conoscenza dei meccanismi istituzionali, scarsa o nulla propensione al dialogo e al compromesso con le altre forze politiche considerate tutte alla stregua di nemici, programma politico ondivago a seconda della pancia dell’elettorato e decisamente orientato a destra sui temi dei diritti civili sono tutti elementi  che non depongono decisamente a favore del Movimento 5 Stelle, che peraltro in Sicilia ha già avuto i suoi bei guai con il caso delle firme false per la presentazione delle liste e che soffre della presenza di una Destra forte e organizzata capace di captare i voti dell’elettorato dalla “pancia” più sensibile. Nulla di cui la Sicilia, e in generale l’Italia hanno bisogno.

C’è bisogno che la politica diventi nuovamente una cosa seria, in Sicilia come altrove, anziché essere ridotta a tifoseria da stadio con tanto di nomignoli dati a destra e a manca: i piddini, i grillini.. È ora di smetterla di comportarsi come se invece di confronti politici si trattasse di giochi campestri dei boy scout: la politica deve tornare a parlare ai cittadini di valori, programmi, ideali, riempiendo quel vuoto in cui si sono tuffati a pesce Grillo e la sua banda. Il consenso a Musumeci, seppur al netto di quanto detto sopra, e la crescita di una Sinistra unita e credibile, insieme al crollo di un partito che della politica fatta di intrighi di palazzo, di scambi di favori e ricatti incrociati con improbabili alleati quale è  il PD possono essere la strada per un cambiamento di paradigma. Altrimenti è campo libero ai populismi e ai linciaggi mediatici.

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