Tirana 1994

Di CarnetNoir

Nel ’94 avevamo tredici anni e alla fine della seconda media alcuni miei compagni di classe e di scuola furono rimandati “a casa”. Erano albanesi, di quelli arrivati con le navi dopo il crollo del regime di Hoxa. Questa è una delle lettere che mi scambiavo con Dajtina, compagna di classe dalle elementari.

È una di quelle lettere che a tredici anni ti lascia duemila domande e uno stato d’animo che non si dimentica più.

Un bel giorno a quelle lettere non ho più avuto risposta. Pensi subito al peggio: per lunghissimo tempo ho creduto che Dajtina fosse morta e con lei tutta la sua famiglia.

La mia amica Dajtina nelle sue lettere cercava sempre di ritrovare ancora la bellezza dei suoi ricordi di bambina cresciuta in Svizzera, cercava di dare una spiegazione a ciò che stava accadendo, cercava con l’occhio critico dei bambini di capire come mai il suo Paese natio era stato ridotto così.

È tuttora struggente per me rileggere alcune righe e pensare di dover spiegare ai miei figli una situazione simile. Dajtina è stata in Ticino giusto il tempo di abituarsi all’idea che poteva sentirsi al sicuro, di essere serena e felice. Poi di punto in bianco ha dovuto raccogliere i suoi quattro stracci e tornare a vivere nella paura e nell’insicurezza.

Tutto questo dopo che la sua famiglia si era fatta un mazzo per imparare l’italiano, dopo che si era abituata ad avere un lavoro modesto ma sicuro,  svolto onestamente e con professionalità.

Quindi non raccontiamoci fregnacce, quelli che arrivano da noi non sono tutti criminali, non vengono qui tutti a fare casino. Complici i social, il pregiudizio e il razzismo viaggiano incontrollati tra i pensieri di persone comuni, creano ansia e angoscia, spesso immotivate.

Io a volte ci penso a mettermi nei loro panni, ci penso a quando scendono dal gommone e senza nemmeno avere occasione di dire qualcosa di sé, penso a cosa voglia dire essere già tacciati di crimini non ancora commessi.

Anche i nostri figli non vogliono deludere le nostre aspettative e se continuiamo a ripetere loro che sono dei monelli, si comporteranno come tali. Anche noi se veniamo considerati degli sfigati alla fine finiamo per crederci.

Perché allora non proviamo un altro approccio? Perché al posto di accoglierli con “te ne devi andare via, criminale”, che non è certo motivante per una buona condotta, non proviamo un altro tipo di contatto? Che meravigliosa parola “contatto”: cum, insieme, e tangere che significa toccare, il toccarsi vicendevolmente.

Quella di Dajtina però è una storia a lieto fine. Devo dire che Facebook in questo caso è stato utile, dopo vari tentativi di ricerca nel corso della mia permanenza sul social finalmente l’ho ritrovata. Dajtina è diventata una donna bellissima, è riuscita a lasciare l’Albania e ricostruire i suoi sogni in America, ha trovato l’amore ed è una mamma felice.

Per Dajtina “lamerica” non è stata la Svizzera.

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