Trump, Putin e gli elettori USA

Emergono a poco a poco i dati sulla massiccia propaganda russa sul web per l’elezione di Trump

Di Alessandro Schirm

Donald Trump, il cui gradimento è ai minimi storici non solo riguardo il suo periodo presidenziale, ma praticamente nella storia USA, si trova ormai ogni giorno a dover sopportare la spina nel fianco del Russiagate.

Donald, come suo solito, attacca sempre e continuamente: “Nessuna collusione!” strilla da Twitter. È vero, per ora non ci sono collegamenti provati tra lui e l’agire di certi personaggi dello staff. Ma il presidente non si limita a scagionarsi e attacca i Democratici: “…Ma perché il focus non sono la corrotta Hillary e i Dem????” .

Nel balletto del “non sapevo niente”, o “forse si”, “non ho mai parlato coi russi”, “forse solo una volta”, un dato però sfugge. Non siamo qui, infatti, a fare voli pindarici sulla politica estera USA e sui rapporti di Trump con Putin, saranno i giudici a stabilire se qualcosa di sporco coinvolge anche il presidente.

Ciò che è fondamentale è il volume del materiale che i russi avrebbero messo in circolazione sul web per influenzare il voto.

È Facebook stesso, infatti, ad azzardare dei dati: la propaganda russa avrebbe infatto messo online 80’000 post tra il giugno del 2015 e l’agosto del 2017, questi post sarebbero stati visti plausibilmente da 126 milioni di americani. Inoltre i manager di Facebook, Twitter e Alphabet saranno sentiti questa settimana da tre commissioni parlamentari che stanno indagando sulle interferenze del Cremlino nei mesi precedenti e successivi all’Election Day dello scorso 8 novembre.

Quello che fanno stato sono anche le interferenze su piattaforme Internet e canali Youtube legati all’operazione: 1081 video con 43 ore di contenuti e poco più di 300’000 visualizzazioni.

1,4 milioni di tweet automatici con 288 milioni di reazioni è invece il traffico generato da 36’746 account legati alla propaganda russa sulla piattaforma social di -Twitter.

Sembra di essere tornati alla guerra fredda, combattuta però a colpi di tweet e post. Roba da farci rimpiangere le spie nella nebbia al Check-Point Charlie di Berlino.

Alla fine delle elezioni si disse che Trump aveva sfruttato meglio i social. Oggi appare evidente che qualcuno gli ha dato una bella mano per ribaltare il parere degli americani che oggi, in proporzioni non risibili, si pentono probabilmente della loro scelta

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