Caparezza e “Prisoner 709”: il rap come psicoterapia

Il rapper pugliese torna con un lavoro straordinario nato da una profonda crisi personale

Di Marco Narzisi

Caparezza, disco dopo disco, riesce sempre a stupire. Si fa attendere, tre, quattro, anche cinque anni, ma ogni lavoro sembra esplorare un lato nuovo di questo straordinario artista che riesce ad elevare le rime del rap a allegoria e lettura metaforica della realtà, al di là delle autocelebrazioni e dell’intrattenimento facile.

Il nuovo album, “Prisoner 709”, rappresenta probabilmente l’apice della maturità artistica del rapper pugliese. Dopo l’impegno sociale e una certa immediatezza che traspare da “Le dimensioni del Mio Caos” e “Il Sogno Eretico”, il successivo “Museica” aveva segnato una svolta nella produzione di Caparezza, con uno sguardo maggiore sull’autobiografia e sull’intimità dell’artista. “Prisoner 709” è probabilmente il compimento di questa transizione dal rap di protesta, seppur sempre ironica e sarcastica, a una riflessione più intensa sul proprio vissuto nata da una profonda crisi personale. L’album, nelle parole dello stesso Caparezza, nasce quasi come una sorta di auto-psicoterapia attraverso la musica: lo spunto è la sofferenza e il disagio per l’acufene, un disturbo di cui Caparezza soffre negli ultimi anni e che consiste in un incessante fischio nelle orecchie, provocato anche dai volumi delle strumentazioni usate. Questa autoanalisi è dunque sfociata in questo lavoro decisamente molto più cupo dei precedenti, meno beffardo e a tratti quasi drammatico. La malattia, come dichiara egli stesso, lo ha portato a mettersi in discussione anche come artista, a interrogarsi sulla sua idoneità rispetto al ruolo che gli è stato assegnato dalla società, a non riconoscersi quasi più: è il tema della prima traccia, Prosopagnosia, il cui titolo allude alla sindrome neuronale che impedisce il riconoscimento dei volti. E come sempre accade con Caparezza, è tutto nei testi e nelle rime: Ora che cantare è il mio mondo ne sono ostaggio/ Non sono più lo stesso di un secondo fa/Nel mio caso fidati, pure un secondo fa.

L’album diventa quindi un percorso all’interno della propria prigione mentale, con dei passaggi e capitoli salienti, e decisamente meno politica rispetto ai lavori precedenti: c’è un bisogno di risposte spirituali che però diventa uno sguardo scettico sulle religioni, l’idea di praticarle tutte insieme in Confusianesimo; c’è l’esplicita dichiarazione dell’uso del rap come psicoterapia di Forever Jung (Il rap è psicoterapia, quindi materia mia, Block notes penna a sfera, via! […]Passo le ore al micro, mi è più vicino  Del mio migliore amico). Si passa anche attraverso una sorta di dialogo fra il Caparezza adulto il se stesso bambino, nel pezzo più bello e struggente del disco , Una chiave, un autoincoraggiamento a liberarsi dalle paure e soprattutto dalle insicurezze figlie del ruolo imposto dal mondo esterno:  Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco/Lasciami stare, fa’ uno sforzo, e prenditi il cosmo/E non aver paura che/No! Non è vero!/Che non sei capace, che non c’è una chiave. Questo percorso arriva poi al punto cruciale, il singolo Ti fa stare bene, che  racchiude, poi, un po’ il senso: Con le mani sporche fai le macchie nere/Vola sulle scope come fan le streghe/ Devi fare ciò che ti fa stare bene; abbandonarsi alla propria spontaneità, ritornare all’ingenuità infantile liberandosi dai fardelli imposti dal mondo esterno. Si sfocia poi, in Larsen, nell’autobiografia pura, la descrizione della malattia affrontata in modo esplicito ma senza rinunciare all’ironia delle rime che hanno fatto la fortuna del rapper pugliese: Ho visto più medici in un anno/Che Firenze nel Rinascimento.

Si arriva alla fine del disco in modo circolare, con la chiusura di Prosopagno Sia  che nel riprendere il ritornello del brano iniziale e nell’alterazione del titolo conclude il percorso, con l’accettazione di sé e delle proprie debolezze, come uomo e come artista.

Un disco straordinario, spiazzante per chi è abituato a un’immagine di Caparezza come giullare ironico e sarcastico, ma che non sorprende per intensità e profondità chi da anni segue l’evoluzione dell’artista verso una piena maturità umana e musicale.

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