De Bernardi: “Lascio Castellinaria, i giovani vivano questa esperienza”

Dopo Gino Buscaglia, anche Giancarlo De Benardi lascia il ruolo di coordinatore delle giurie del festival di cinema giovanile

Di Redazione

In occasione della cerimonia di premiazione della trentesima edizione di Castellinaria, Gino Buscaglia ha annunciato il suo addio alla rassegna cinematografica dedicata ai film per ragazzi. “L’ho vista nascere e crescere. Ora è in grado di poter guardare al futuro con maggior fiducia”, ha detto, visibilmente commosso, lo storico presidente del festival bellinzonese che ha voluto ringraziare in particolar modo le giurie di ragazze e di ragazzi che, nel corso degli anni e delle varie edizioni, si sono succedute.

A coordinarle, dalla prima edizione del 1988 fino a oggi, è stato Giancarlo De Bernardi.

Nato a Bienne nel 1956, il piccolo Giancarlo si trasferisce con la sua famiglia in Ticino, a Locarno, il giorno del suo nono compleanno. Dopo aver fatto le scuole dell’obbligo e il liceo a Lugano, per un attimo, culla anche il sogno di diventare regista. “Mi ero quasi iscritto all’ IDHEC, prestigiosa scuola di cinema parigina, ma poi ho cambiato idea” confessa l’ex docente che, dopo aver terminato gli studi, insegnerà per 33 anni nella scuola media ticinese (16 anni come docente e 2 come vicedirettore a Bellinzona e altri 16 come direttore delle scuole medie di Cadenazzo).

Giancarlo De Bernardi, con la pensione, ha potuto finalmente dedicarsi interamente alle sue due più grandi passioni: cinema e musica. E partiamo proprio dal cinema un amore che nasce tra i banchi di scuola…

Assolutamente sì. Quando, con la mia famiglia, vivevamo ancora oltre Gottardo non ricordo di aver mai visto un film per intero. Certo, ho ancora ben presente l’effetto che mi fece vedere in televisione il mitico Belfagor, la miniserie in bianco e nero realizzata negli anni Sessanta da Claude Barma. Ero un ragazzino, avevo 5 o 6 anni, e mi fece una paura boia! La passione per il cinema con la C maiuscola invece è nata fra i banchi di scuola grazie al professor Cragnotti che, per le classi degli ultimi due anni di ginnasio, organizzava la visione di film importanti. Grazie a lui scoprii il Neorealismo italiano. Fra i primi film che vidi ricordo “Paisà” di Roberto Rossellini e “La ragazza di Bube” di Luigi Comencini. Poi, per ironia della sorte, proprio nello stesso periodo la TSI, la domenica sera, passava una retrospettiva dedicata al Neorealismo e quindi feci la scoperta di Luchino Visconti con “La terra trema” e “Rocco e suoi fratelli”. Poi Fellini, Pasolini, Michelangelo Antognoni. Insomma tutti i grandi registi di quella irripetibile stagione del cinema italiano. Ricordo anche alcune proiezioni domenicali nella sala dell’oratorio, in particolare “La tunica” ma anche un giallo tedesco che non sono mai più riuscito a rivedere, il cui titolo era già tutto un programma: “Lo strangolatore dalle nove dita”.

E poi, nel 1988, le domandarono di occuparsi delle giurie del nascente festival internazionale del cinema giovane voluto a Bellinzona.

Sì, devo dire che in modo del tutto inaspettato mi chiesero se me la sentivo di preparare una giuria di ragazzi per quella che sarebbe stata la prima edizione “di prova” di quel neonato festival che poi sarebbe diventato Castellinaria. Io dissi “sì, perché no?” e con l’aiuto di Gino Buscaglia creammo delle schede didattiche grazie alle quali istruimmo i nove ragazzi della prima giuria. Un’edizione che ebbe, fra l’altro, come madrina della manifestazione l’attrice Giulietta Masina. E da lì ho portato avanti la cosa, in pratica, fino a oggi.

Questo però sarà, anche per lei, l’ultimo anno.

Sì. Mi sembra doveroso a un certo punto passare il testimone e permettere ad altri docenti più giovani di me di poter vivere, in prima persona, questa bella esperienza.

Che cosa ha ritenuto necessario di dover trasmettere ai giovani membri delle giurie?

Credo sia fondamentale fornire ai ragazzi gli strumenti necessari per poter esprimere un proprio giudizio riguardo ai film in concorso. In pratica ci concentriamo sugli aspetti che vanno presi in considerazione a partire dalle tematiche affrontate e gli insegnamenti contenuti in un film. E poi, in seconda battuta, sul come è stato realizzato. Analizzando gli aspetti tecnici, i movimenti di macchina, la scelta degli spazi e dei colori, della luce e poi il montaggio. L’aspetto che più conta riguarda comunque il contenuto.

Secondo lei, un festival come Castellinaria – sebbene in maniera sommaria – non dà una mano proprio a scoprire il linguaggio delle immagini? E a riflettere, per esempio, sulle inquadrature e sulla simbologia che a volte è racchiusa in esse?

Sicuramente Castellinaria può essere d’aiuto. Certo è che nella scuola manca ancora un lavoro mirato fatto in questo senso o addirittura una materia obbligatoria come potrebbe essere “Introduzione al linguaggio dell’immagine”. Mancava trent’anni fa e manca ancora oggi. Naturalmente servirebbero docenti formati e preparati in questo ambito. Un’ipotesi che vedo ancora molto distante dall’essere presa in considerazione.

Lontani malgrado oggi, più che mai, siamo tutti quanti bombardati dalle immagini e forse – a questo punto – saperle leggere diventa davvero fondamentale.

Certo. Ma già trent’anni fa questo bisogno era grande. Oggi poi, con l’incalzare della tecnologia con la quale inevitabilmente anche gli adolescenti sono confrontati, il fatto di non avere i mezzi per un approccio critico, può davvero creare confusione nei confronti dell’utilizzo delle immagini. Mai ci saremmo immaginati un’evoluzione di questo tipo. Ecco perché la questione a mio avviso è urgentissima. Qualcosa in ambito scolastico si fa. Dubito però che sia sufficiente.

Come sono cambiate, se sono cambiate, le giurie nel corso di tutti questi anni?

Ma in realtà non ho notato grandi cambiamenti. Certo, questa è la generazione dei telefonini. Tutto sommato però, i ragazzi, il loro interesse e il loro entusiasmo è rimasto pressoché identico.

Cosa ha imparato, cosa le hanno dato le ragazze e i ragazzi delle giurie di Castellinaria? Lei ha fornito loro degli strumenti critici per giudicare i film in concorso, ma immagino che in cambio abbia ricevuto anche qualcosa?

Certamente. Innanzitutto molta gratitudine. E poi ho anche visto alcuni di loro intraprendere la carriera cinematografica. Se in qualche modo posso aver contribuito a far nascere in loro la passione per il cinema, questo non può che farmi grande piacere. Ricordo in particolare un allievo. Aveva già un nome che sembrava essere un nome d’arte e che poi è diventato scenografo. Era molto bravo nel disegno e si chiamava Ronnie Figura. Altri si sono cimentati in ambiti diversi ma per tutti l’esperienza di Castellinaria ha sicuramente contribuito a indirizzarli. Devo poi confessare che sull’arco di questi trent’anni, tra i circa 330 giurati che ho visto passare, non ne ho mai sentito nessuno che si sia detto pentito di aver fatto questa esperienza.

E i verdetti che questi giovani giurati hanno espresso nel corso delle varie edizioni? Come li ha vissuti in qualità di coordinatore?

Non sempre i miei film, quelli che avrei premiato io, coincidevano con ciò che è uscito come verdetto dalle giurie. Poco importa però, perché le scelte dei ragazzi vanno sempre e comunque rispettate. Non sono poi mancati anche gli anni in cui l’accordo è stato unanime. Ogni tanto ci sono delle differenze ma è giusto che sia così. È proprio questo il bello dei festival e di Castellinaria in particolare.

Si chiude il capitolo Castellinaria, o quantomeno quello di coordinatore delle giurie – perché immagino che come spettatore Giancarlo De Bernardi continuerà a seguire il festival – ma prosegue l’attività di direttore artistico del Festival di Musica Improvvisata e Contemporanea (MIC) e non solo…

Sì, continua, perché iniziata da poco. In pratica da quando sono in pensione. Prima non ne avrei avuto il tempo materiale. Un festival, il MIC, organizzato nell’ambito dell’associazione culturale Circo RU allo Spazio Panelle di Locarno. Due edizioni, in primavera e in autunno, e devo dire che proprio quest’ultima sta avendo un successo che proprio non ci aspettavamo considerando il tipo di proposte musicali che promuoviamo, non certo rivolte al grande pubblico. Poi c’è anche la mia attività legata al Vallemaggia Magic Blues per il quale, in passato, ho curato soprattutto i rapporti con la stampa. Da quest’anno sono entrato a far parte del cosiddetto “producing team”, in pratica del quartetto che sceglie i gruppi e gli artisti che si esibiranno a partire dall’edizione 2018. Il programma per la prossima edizione è ormai quasi pronto, ma non posso svelarvi ancora nulla.

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