Catalogna, autodeterminazione e giurisprudenza

Il principio di autodeterminazione dei popoli e i suoi limiti giuridici

Di Roberta Condemi

La questione catalana sta appassionando tutta Europa e ha ormai creato una netta spaccatura tra favorevoli e contrari all’indipendenza di questa storica regione della Spagna. C’è chi vede con favore la secessione di una Nazione che non si sente in sintonia con il resto del Paese e chi invece sostiene fermamente l’indivisibilità della Spagna anche temendo un pericoloso effetto domino. Un’ipotetica secessione, infatti, rischierebbe di scoperchiare il vaso di Pandora delle aspirazioni autonomiste di tutto il Vecchio Continente.

Di certo su questa vicenda si può dibattere all’infinito, rimettere in discussione il valore della Costituzione, criticare l’irresponsabilità del governo di Puigdemont, condannare la violenza della polizia spagnola durante il referendum dello scorso 1 ottobre. Tuttavia, c’è un aspetto, evocato quasi fosse il deus ex machina risolutore della situazione, sul quale occorre fare chiarezza perché è tutt’altro che scontato: il principio di autodeterminazione dei popoli.

Enunciato solennemente dal Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson nei suoi Quattordici Punti (1919) per tracciare i confini nazionali in Europa al termine della Prima Guerra Mondiale, il principio di autodeterminazione dei popoli fu inserito anche nella Carta delle Nazioni Unite (1945). Tuttavia, la sua definizione fu cristallizzata solo nell’Atto di Helsinki (1975), accordo finale di una conferenza indetta allo scopo di migliorare le relazioni tra il blocco dei Paesi comunisti e l’Occidente. Alla luce di tale definizione, in diritto internazionale l’autodeterminazione consiste nel diritto di tutti i popoli, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza alcuna ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

In principio l’autodeterminazione ha trovato applicazione nel processo di decolonizzazione, garantendo alle popolazioni il cui territorio fosse stato occupato con forza da uno Stato straniero di decidere il proprio destino politico.  La Corte Internazionale di giustizia lo ha poi trattato nelle questioni della Namibia (1971), del Sahara occidentale (1975), del Timor Orientale (1995) e della costruzione del muro nei territori palestinesi occupati (2004).

Tuttavia, il caso maggiormente significativo è quello del Québec. Nel 1998 la Corte Suprema del Canada fu chiamata a pronunciarsi, su richiesta del Governo, sulla legittimità della pretesa di indipendenza tramite secessione della regione francofona del Québec. In base al diritto costituzionale canadese e al diritto internazionale, la Corte ricostruì il contenuto e i limiti dell’autodeterminazione dei popoli arrivando alla seguente conclusione: hanno diritto ad autodeterminarsi solo i popoli soggetti a dominio coloniale, quelli il cui territorio è stato occupato da uno Stato straniero e i gruppi minoritari che all’interno di uno Stato sovrano si vedano rifiutare un accesso effettivo all’esercizio del potere di governo.

Tale sentenza, oltre ad aver di fatto negato l’indipendenza del Québec, ha contributo a consolidare la prassi in materia, tant’è che oggi queste limitazioni fanno parte della consuetudine internazionale.  

E’ evidente, perciò, che la situazione catalana non rientri in nessuno dei predetti ambiti. La Catalogna non è infatti soggetta ad un dominio coloniale, né il suo territorio è stato occupato da uno Stato straniero. Seppur si volesse considerare la Spagna come tale e considerare il governo castigliano una occupazione, il principio di autodeterminazione dei popoli non sarebbe comunque applicabile perché è irretroattivo. Infatti può essere applicato solo agli Stati occupati dopo la fine della Seconda guerra mondiale e, come noto, la Catalogna fa parte della Spagna dal 1714. Inoltre non si può ritenere che il popolo catalano sia una minoranza alla quale non è garantito l’accesso effettivo all’esercizio del potere di governo. La regione gode infatti di un’ampia autonomia garantita costituzionalmente.

Per quanto dunque si possa avere simpatia per l’ardore dei catalani e, pur volendo chiudere entrambi gli occhi sulla palese violazione costituzionale compiuta con il referendum dello scorso 1 ottobre, il principio di autodeterminazione dei popoli non è un appiglio giuridicamente fattibile.

Resta ora alla politica il compito di sbrogliare questa intricata matassa.

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