Coltivare dove dicono non cresca nulla

Un contributo di un nostro lettore sulle ultime elezioni siciliane, viste con gli occhi di chi vive il malaffare e il clientelismo sulla propria pelle.

Di Giampiero Già

Io non riesco a prendermela con quel ragazzo da 17mila voti alle ultime Regionali Siciliane [Luigi Genovese N.d.R., leggi qui]. Sia chiaro, nessuna delicatezza, ma visto che lo stanno attaccando altri, soprattutto sui social e sulla stampa nazionale, io provo ad andare oltre. Mi chiedo se abbia un po’ di spina dorsale, di spirito di iniziativa o di sogni disordinati tipici di chi ha 21 anni, ma allo stesso tempo non ho nessuna intenzione di partecipare alla fiera finto horror propria dei social, dove si prende di mira una persona e ci si dimentica che non è lui la “preoccupazione” (e come potrebbe esserlo uno solo?) ma tutti quelli che lo hanno votato – e non perché lo hanno votato, ci mancherebbe altro, ma per cosa hanno votato.
Il padre ha lasciato al figlio, così come il nonno aveva lasciato al padre, la “bottega” da gestire: il punto chiave della questione è proprio questa bottega. Nel 2017 esistono ancora blocchi e montagne di voti – che, non dimentichiamo, sono persone – che evidentemente  si comandano facendo schioccare le dita.
A Messina si sposta un intero Consiglio Comunale da “sinistra” a “destra” come mai accaduto nella storia, si spostano voti e si bocciano atti amministrativi indipendentemente se fanno bene o meno alla cittadinanza, perché non soddisfano piccoli interessi meschini o semplicemente perché “se l’ha fatto Accorinti [il sindaco, di cui abbiamo già parlato, N.d.R.] va bocciato”.

Riuscireste a prendervela con chi cresce e vive in quel sistema da sempre? Pensate che il ragazzo conosca altre strade? Chiedete a lui di fare il “Peppino Impastato” della situazione, ma quanti hanno avuto davvero il coraggio di “farsi da soli”? Io ne conosco tanti, ma non per questo pretendo che tutti siano così coraggiosi e autonomi – ci vuole molto coraggio ad avere coraggio; alternativi di sinistra a cui pensano mamma e papà sostenendo economicamente la loro alternatività ne conosco altrettanti. Non per forza è sempre una cosa negativa.  

Torniamo a quella bottega di voti (ovvero persone) tramandati di padre in figlio, e ancora di padre in figlio (ricordiamo Luigi Genovese, senatore per sei legislature consecutive dal 1972 al 1994, padre di Francantonio [nonno quindi di Luigi, N.d.R.]).
Avete notato che su altri fronti elettorali, per quasi tutte le coalizioni, il meccanismo della raccolta voti è più o meno uguale? Qualcuno ha dato una occhiata alla vicina Catania e al candidato più votato della Regione con 32.280 voti? Avete notato che una Barcellona Pozzo di Gotto [Provincia di Messina, 40mila abitanti circa N.dR.] riesce a portare all’Assemblea Regionale Siciliana ben tre deputati, quanto una grande città metropolitana?Chiedete alla famiglia Manca o al Procuratore Ardita se questo è solo un caso statistico.

L’errore più grande è pensare che “loro”, quelli dei “diecimila voti” allo schioccare delle dita non abbiano davvero amici autentici, che siano “bimbiminkia” o che non abbiano passioni; che siano solo dei poveracci ammanigliati con criminalità o criminosità – quasi che non facciano parte del popolo, mentre noi, noi che brilliamo di slanci e impeti rivoluzionari siamo quelli giusti. L’errore più grande è non chiedersi perché in 17mila votano la “bottega di famiglia”.

E’ imprescindibile continuare a lavorare dal basso e dall’alto, di lato e per la diagonale partendo dagli ultimi, ma anche dai bimbiminchia, dai mercati ai convegni del Rotary, curando e chiedendo a gran voce che tutti i processi amministrativi siano democratici e partecipativi. A Messina, a Catania, a Palermo, a Roma, a Bruxelles.
Servono diffusori di una cultura universalista e cintura di trasmissione tra politica e persone, politica e media. Servono persone che indirizzino i sentimenti in verso opposto a quello della bruttura del populismo e del lassismo, dell’arrivismo e del razzismo identitario. Bisogna ricercare e trovare la bellezza di tornare nei quartieri, dedicarsi e affiancarsi, sostituirsi all’ignobile fetore della morte in vita e ritrovare lo splendore e il sapore di rivivere i nostri territori e ritrovarsi tra la gente, aiutandoci a esistere e a coesistere. E  preciso: non bisogna farlo con intenti “elettorali”, ma di prevenzione e argine alla diffusione di orrori, di mafie, di ignoranza e leggende metropolitane, disarmonie, malesseri e disservizi.
Bisogna farlo così come si farebbe il doposcuola o il calcetto all’oratorio. Bisogna farlo con lo spirito di Don Lorenzo Milani o di Danilo Dolci.

Cinque anni fa questa città, Messina, è stata modello per tutta la nazione, si è gridato al miracolo, alla rivoluzione culturale, con l’elezione di Renato Accorinti sembrava tutto risolto, il sole oramai all’alba, l’impossibile  possibile. Ma cosa è successo? Perché si è tornati indietro?

Che la rivoluzione non passa dalla cabina elettorale, e il cambiamento nemmeno da una buona, onesta amministrazione, lo si sapeva ed è anche una frase molto bella di Paolo Borsellino.
Confidare e costruirsi un “Salvatore della Patria” è un sentimento tutto italiano. Ci si affida e a lui si rimandano tutte le problematiche. Io getto la carta in terra e sta a LUI rimuoverla o multarmi (se mi becca sul fatto).
È davvero pochissima l’educazione civica in questa terra del meridione e forse, più dei fatti di Palazzo (che sono anche loro importantissimi), bisogna occuparsi delle persone, dell’educazione, della cultura, della conoscenza e del bello.
Nessuno rivoterà Renato Accorinti sindaco per il nuovo porto di Tremestieri, la via Don Blasco, i cento nuovi autobus in città, la raccolta differenziata, il nuovo svincolo autostradale, i conti in ordine, le spese e gli sprechi abbattuti, le zero regalie. Perché a conti fatti non è quello che interessa ai 17mila abbagliati dalla bottega di famiglia. Non interessa perché non è nelle loro corde, nel loro trasporto, sono valori diversi in epoche diverse.
Accorinti, il mio sindaco, doveva e deve lavorare di più su una proposta comunitaria, sull’identità cittadina, creare orizzontalità e allo stesso tempo civismo, una visione d’unione di intenti tra persone legate tra loro alla tutela ed alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità – Beni Comuni è questo e non altro. Mettere in connessione esperienze.

Penso, citando Sergio Todesco, di trovarci di fronte a esemplari umani che sono “parziali”.
Come i nativi delle Americhe rimasti sbalorditi davanti agli specchietti, non avendo visto altro e conoscendo solo quel pezzo di mondo, i fans della “bottega di famiglia” conoscono solo il potere e la lotta per raggiungerlo e poi mantenerlo, costi quel che costi, considerano quel potere finalizzato all’accesso a privilegi e all’asservimento dei più.  Questi “specchietti” erano e sono il business nel “nuovo mondo”.
E se i fruitori di questo business sono esemplari umani parziali, è necessario fornirgli i mezzi e dargli la possibilità di scoprire l’altra parte e avere una visione piena, ritrovare bellezza anche nel votare, riscoprire una cultura democratica, indipendentemente dai mezzi economici.
In questi cinque anni di Renato sindaco ho capito che le dinamiche della politica sono una delle cose più impermanenti che esistano, mutano continuamente soprattutto nel caldo brodo della democrazia rappresentativa, non durano, si trasformano. Ed è per questo che, a parer mio, i politici ogni volta che pronunciano la parola “futuro” pronunciano menzogne. Io non voglio un futuro, io voglio un presente. Ora. Dobbiamo occuparci di oggi altrimenti il passato sarà dimenticato (e si ricadrà negli stessi errori) e il futuro  nero.

Il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea!

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