Elezioni in Sicilia, la pornografia del Potere

Alle elezioni regionali trionfo del centrodestra con Musumeci, M5S rincorre, crollo del PD

Di Marco Narzisi

Un copione scontato, quello delle elezioni in Sicilia. Vince Nello Musumeci, a capo della coalizione del centrodestra unito in nome del (presunto) “patto dell’Arancino” fra Berlusconi, Salvini e la Meloni, con il 39,80% dei consensi e la maggioranza dei seggi all’ARS, l’Assemblea Regionale Siciliana. A ruota  troviamo Giancarlo Cancelleri al 34,70% per il Movimento 5 Stelle, che risulta tuttavia il primo partito col 26,70%. Crolla il centrosinistra di governo, il cui candidato, Micari, si ferma al 18%,70 a fronte di una percentuale di coalizione di poco più del 25%. Segue Claudio Fava per la lista di sinistra “Cento Passi per la Sicilia”, che ottiene il 6,10% (5,20% e un seggio per la coalizione), un buon risultato per una sinistra alternativa finalmente unita, da Sinistra Italiana ai bersaniani, i Verdi, Rifondazione, ecc.., soprattutto in chiave nazionale.

Avevamo parlato in precedenza di luci e ombre su queste elezioni, importantissime in chiave nazionale: ebbene, se le luci son state decisamente poche, tante sono invece, a cose fatte, le ombre. Iniziamo a raccontare una storia, anzi LA storia simbolo di queste elezioni: metti un ragazzo di appena 21 anni, studente di Giurisprudenza al secondo anno alla LUISS a Roma, nessuna esperienza politica, che si candida per la prima volta e riceve nella sua città, Messina, quasi 18mila voti, risultando fra i più votati in assoluto a livello regionale. Wow, una favola, direte voi. Certo, se non fosse che stiamo parlando di Luigi Genovese, figlio di Francantonio, ex sindaco di Messina passato dal PD a Forza Italia, finito in carcere e condannato in primo grado a 11 anni per una serie di reati che vanno dalla truffa all’uso improprio di fondi europei. Un vero “impresentabile” per Musumeci, che ha ben pensato di sfruttare il proprio cognome e convogliare il suo massiccio pacchetto di voti sul pargoletto, che, per inciso, all’Ars andrà ad occupare il seggio lasciato vuoto dallo zio, Franco Rinaldi: un intreccio dinastico degno di Game of Thrones, non c’è che dire. Parliamo anche di Matteo Salvini, che può berciare a volontà di aver fatto entrare un suo uomo al Parlamento siciliano tramite il movimento Noi Con Salvini, Tony Rizzotto. Salvini, ovviamente, omette di dire che Rizzotto è un nome ben noto dell’autonomismo siciliano, essendo già stato eletto con l’MPA  (Movimento per l’Autonomia) dell’ex presidente Raffaele Lombardo, uno che ha la sua bella condanna per voto di scambio sulle spalle: altro che Lega in parlamento in Sicilia, abbiamo semplicemente l’ennesimo voltamarsina che per opportunismo aderisce ad una sigla piuttosto che all’altra. La lista di Salvini e della Meloni racimola un misero 5,60% e 3 seggi, di cui, appunto, uno a Rizzotto e gli altri due a uomini di Fratelli d’Italia: un po’ poco per cantare vittoria, quando Forza Italia agguanta il 16% e l’arancino suddetto rischia di divenire alquanto indigesto per i commensali del Cavaliere. Aggiungiamo la chicca finale: Musumeci, oggi in campo con una lista civica, proviene dal Movimento Sociale Italiano, il partito degli eredi del fascismo. Lo si chiami “fascista gentile” quanto volete: ci ricordiamo benissimo da dove arriva, politicamente.

E il centrosinistra che è al governo? Per la coppietta Renzi – Alfano è il tracollo, con il partito del ministro degli Esteri, Alternativa Popolare, che raggranella a stento il 4%, rimanendo fuori all’Ars nonostante Alfano  sia al governo e in Sicilia giochi in casa, e il PD che si ferma ad un modesto 13%. Se da una parte è la logica conseguenza della pessima amministrazione di Rosario Crocetta, dall’altra è palese il disfacimento di questo sedicente centrosinistra, fatto di partiti usa-e-getta satelliti del PD senza alcuna base sul territorio, meri strumenti di accaparramento di poltrone. Il progetto renziano sembra ormai al capolinea, e a poco serve al PD piagnucolare istericamente accusando il Presidente del Senato Pietro Grasso di aver rifiutato la candidatura, o prendendosela con Fava per aver deciso di correre con una sua lista. Sarebbe molto meglio fare pace col cervello e rassegnarsi al fatto che per gli elettori realmente di sinistra in questo momento il PD è come il fumo negli occhi, un dinosauro che si trascina stancamente aggrappandosi al Potere come meglio può, ricorrendo ad alleanze farlocche che non fanno altro che accentuare ulteriormente il distacco dall’elettorato. In questo senso, il renzismo paga la crisi dei partiti di sinistra storici in Europa, incapaci di parlare alle classi deboli e fortemente impegnati in una svolta verso un liberismo di destra che nulla ha a che vedere con le loro radici storiche. Da notare: su 11 seggi, solo 2 sono stati aggiudicati da candidati provenienti dai DS, gli eredi del vecchio PCI, il resto è appannaggio di ex-democristiani. A chiamarla ancora sinistra ci vuole davvero molto coraggio.

Il veleno, insomma, in questa tornata elettorale è scorso a fiumi: dalle accuse agli impresentabili, all’insulto reciproco e alle battute infelici sulle tragedie familiari, fino all’ombra dei brogli lanciata da Cancelleri a causa dell’assurda legge, non abrogata da quel distrattone di Crocetta, che prevede lo svolgimento dello scrutinio il giorno successivo alla chiusura dei seggi, ciò che, per dirla tutta, nel caso lo scrutinio si protragga anche solo un minuto dopo la mezzanotte, consente agli scrutatori di incassare un giorno aggiuntivo di indennità e/o di permessi lavorativi.

Ma il dato più rilevante, tristemente non nuovo, è l’ormai endemico astensionismo: più della metà degli elettori non è andata a votare, con l’affluenza che si è fermata al 46, 76 %, lo 0.70% in meno rispetto al 2012. A pesare è il crescente senso di distacco dalla politica, lo scarso spessore dei candidati, una campagna elettorale condotta spesso sul filo dell’insulto reciproco, nonché la mancanza di un vero ricambio della classe politica, con gli stessi esponenti saldamente aggrappati al loro Potere e la mancanza di reali volti nuovi. E mai, forse, come in queste ultime elezioni, la sensazione che il Potere stia perpetuando se stesso in modo gattopardesco è stata così netta: fra dinastie che passano voti da padre in figlio, candidati con slogan presi in prestito da Borsellino alleati a personaggi che esaltano pubblicamente la mafia, uomini “nuovi” ma al governo da 30 anni, vittimismi gratuiti da chi non si rassegna a vedersi il potere sfuggire dalle mani, la Sicilia è palcoscenico di uno spettacolo che definire politicamente pornografico è un eufemismo.

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