Kevin Spacey: i soliti sospetti?

Il coming out di Kevin Spacey dopo l’accusa di molestie scatena reazioni contrastanti

Di Fabio Amorth

Il polverone sollevato dalle accuse di molestie sessuali nei confronti dell’orco Harvey Weinstein sembra davvero non volersi placare. Dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora, lo stillicidio di rivelazioni, scuse e resoconti che ne sono seguiti hanno portato alla luce una realtà della quale evidentemente in molti, troppi erano a conoscenza da tempo. Tant’è che sono grossomodo un centinaio le vittime finora uscite allo scoperto, cadute nel trappolone architettato nel corso degli anni dal potente produttore hollywoodiano. Complice il silenzio tombale circostante, Weinstein ne ha impunemente approfittato, esercitando ad arte una delle più subdole forme di perversione del potere. Un’omertà e un silenzio che – vuoi per la natura stessa di queste situazioni di violenza taciute per troppo tempo – si sono tramutati in un’assordante catena di accuse e di reazioni cariche di rabbia misto a sdegno. Una volta scoperchiate, dalle tombe è fuoriuscita un’orda di scheletri che si è subito impossessata del web, del gossip, ma anche delle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. E fra i nomi eccellenti fatti in questi giorni ci sono pure quelli di due icone del grande schermo. Fino all’altro ieri insospettabili, con la faccia nel fango sono finiti Kevin Spacey prima e poi Dustin Hoffman.

Come nel più classico dei copioni Hoffman, ormai ottantenne, è accusato dalla stagista di turno. “Avevo 17 anni, ora ne ho 49 e capisco meglio. Lui era un predatore, io una bambina.” E lui, per ora, si è difeso e scusato in maniera anche piuttosto maldestra con un “quelle accuse non rispecchiano chi sono io”. Nel caso invece del protagonista della serie di Netflix “House of Cards – Gli intrighi del potere” che nel corso della sua carriera ha vinto per ben due volte l’Oscar, nel 1996 come miglior attore non protagonista per “I soliti sospetti” e nel 2000 come protagonista di “American Beauty”, la faccenda è un po’ più complicata. Perché alle accuse di palpeggiamento da parte di Anthony Rapp, un attore all’epoca dei fatti quattordicenne (Spacey ne aveva 24), ha risposto con un messaggio di scuse per l’accaduto apparso su Twitter, accompagnato da un coming out nel quale affermava anche di “aver scelto di vivere come gay”.

Ovviamente la premessa, in entrambi i casi, è che ogni commento e ogni mossa è da campo minato. Il pericolo è, cioè, quello di saltare all’istante per aria, venendo bollati o come giustizialisti o, peggio, come innocentisti, finendo a nostra volta nel tritatutto mediatico che questo tipo di rivelazioni scatenano. Ecco perché nelle righe che seguono, piuttosto che correre il rischio di infierire sul carnefice o dubitare della vittima, mi limiterò ad alcune considerazioni che riguardano soprattutto la cornice nella quale tutto ciò sta accadendo.

Ad essere davvero inquietante, in fondo, è più la schizofrenia con la quale si passa da un clima di coma profondo a un’efferata e impietosa caccia alle streghe, finendo per fare di tutta un’erba un fascio. Piegando la morale a seconda dei bisogni del momento e del sentimento che anima la piazza mediatica o l’opinione pubblica. Cancellando volti, nomi e tutto ciò che si è costruito in anni e anni di onorata carriera in pochi attimi. Dalle stelle alle stalle in tempo zero.

Esemplare in questo contesto è la vicenda di Freddie Mercury che, quasi fosse un’onta, negò e smentì di essere malato di AIDS fino al giorno prima del decesso. Segno evidente di come non sia per nulla semplice coniugare un’immagine pubblica con una morale privata o viceversa. Non a caso il tempismo con cui Kevin Spacey (sostenitore e finanziatore del Partito Democratico e grande amico dell’ex presidente Bill Clinton) ha rivelato la sua omosessualità, a buona parte dei commentatori della stampa e del web, è subito parsa quantomeno sospetta. Ma da un’America bacchettona e moralista o – se preferite – dalla doppia morale, non ci si poteva che attendere una severa e inappellabile condanna con tanto di crucifige e così sia. Bollando il coming out dell’attore come il peggiore della storia. Annullando l’acclamata serie di cui era protagonista e revocandogli il premio Emmy che avrebbe dovuto ritirare il prossimo 20 di novembre. Tutto questo perché reo – trent’anni fa – di aver palpato da ubriaco un adolescente. That’s America, isn’it?

A onor del vero, non tutti hanno sparato a zero sull’attore americano, ma c’è anche chi si è chinato –  come, per esempio, accade regolarmente nei casi di omicidio – sulla gravità dei fatti, sul comportamento e le dichiarazioni di Spacey, come dimostra l’articolo di Matteo Bordone pubblicato su “Il Post” e del quale riportiamo alcuni passaggi significativi: È indubbio che una persona adulta che ha un approccio di qualsiasi tipo con un adolescente si muove in un territorio spinosissimo, dove è molto facile che incappi in forme di abuso anche prima di rendersene conto. Ma è anche vero che parliamo di un atto di qualche secondo in cui la coercizione è minima, tutto scivola molto rapidamente nell’errore, nella spiacevolezza e nell’imbarazzo. I resoconti delle modalità di approccio di Weinstein che stanno emergendo in questi giorni mostrano non solo abusi, violenza e stupri, ma anche tentativi falliti molto spaventosi: porte prese a pugni, inseguimenti, minacce, fughe. È evidente che qui siamo in un altro campionato, e fare finta di niente significa ignorare i fatti. Si rischia anche di mancare di rispetto alle persone che hanno subito quel livello di violenza. (…) La prima obiezione è che Kevin Spacey abbia fatto coming out per sviare l’attenzione dalle molestie, esibendo un narcisismo non rischiesto. Visto che l’attenzione non è stata sviata di un millimetro, e Kevin Spacey non è uno scemo alle prime esperienze, direi che possiamo derubricare questa critica come una sciocchezza. Poi c’è chi dice che non si è abbastanza “pentito”, il che configura un interesse per l’animo delle persone che lascio a Anthony Rapp e ai sacerdoti. Io sono ateo e sono un osservatore esterno: mi interessa quello che fai e dici, non quello che senti nel profondo. Invece è vero che nei paesi in cui i gay sono perseguitati, Uganda e Cecenia per citare forse i due peggiori, l’idea che i gay siano pedofili molestatori è usata come spauracchio propagandistico per motivare arresti, torture, linciaggi, omicidi. Effettivamente rafforzare questa credenza reca un danno all’immagine degli omosessuali. Va detto che esistono ebrei avidi, neonazisti tedeschi, musulmani dell’Isis e banche svizzere che riciclano denaro sporco: ci saranno sempre ed è giusto così, ognuno fa quello che vuole, è quello che è, ha la vita che ha. È la correlazione univoca, il problema, non il fatto che ci possano essere persone che incarnano uno stereotipo offensivo.”

Ti potrebbero interessare: