La Russia di Putin verso la censura di Stato sul web

La Russia mette al bando i sistemi che consentono l’accesso ai siti considerati illegali dal Governo

Di Marco Narzisi

Vladimir Putin prosegue nella sua opera di controllo e censura sul web.  Il 1 novembre è entrata in vigore in Russia una legge approvata a luglio che mette al bando le VPN che consentono di accedere ai siti bloccati nel Paese. Cos’è una VPN (Virtual Private Network)? In poche parole si tratta di una sorta di rete interna, appunto privata, che consente di accedere ad un determinato sito web usando un server, quindi un computer, che fa da “intermediario”. In pratica, anziché connettermi al sito X direttamente, io mi connetto al computer Y che a sua volta effettuerà la connessione al sito X: ciò comporta che, ad esempio, se io mi trovo in Russia, per rimanere in tema, posso navigare e visitare siti web come se fossi in Francia aggirando quindi eventuali blocchi a livello nazionale, collegandomi ad un computer che si trova in quel Paese. Insieme alle VPN è stato anche bandito Tor Browser, ovvero il browser che consente la navigazione anonima, di cui abbiamo già parlato. La misura  è stata motivata con l’esigenza di aumentare la sicurezza interna, evitando l’accesso a contenuti considerati illegali, ad esempio i siti web che promuovono l’estremismo islamico. Il problema, e qui casca l’asino, è che tale legge viene a rafforzare e supportare la normativa sulla censura in Russia, che nello stabilire quali siti sono da considerare “estremisti”, è molto flessibile e di larga interpretazione, cosicchè essa potenzialmente concede alle autorità la possibilità di bloccare qualsiasi sito web che possa contestare le posizioni del governo o indebolire il consenso. E ciò è già successo nei giorni del conflitto in Crimea, allorchè diversi siti che contestavano l’annessione da parte della Russia finirono in blacklist, e la misura ha toccato persino alcune pagine di Wikipedia e Reddit. Con la nuova legge, quindi, sarà impossibile utilizzare sistemi di criptaggio e mascheramento dell’identità per accedere ai siti bloccati dal Governo.

La Russia , dunque, per quanto riguarda il controllo governativo sul Web, si avvicina considerevolmente alla Cina, che della censura ad Internet ha da sempre fatto un suo cavallo di battaglia arrivando a creare una sorta di “firewall di Stato”, ovvero di filtro globale alla Rete deciso a livello statale, che, oltre che a social network come Facebook e Instagram, impedisce anche l’accesso all’app di messaggistica Whatsapp. Bloccare i siti web considerati pericolosi per il governo e impedirne l’accesso con sistemi di navigazione privata sembra essere la strada maestra decisa dai regimi per arginare il dissenso che corre sulla Rete, utilizzando in molti casi, come in Russia, il pretesto della lotta al terrorismo. Le esigenze di sicurezza, dunque, rischiano di diventare, in Russia come altrove, uno strumento per limitare le libertà del cittadino e filtrare l’accesso alle informazioni sulla Rete: una censura di Stato decisamente inaccettabile.

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