È morto Totò Riina, mai pentito, per sempre mafioso.

Il boss di Corleone si è spento del reparto detenuti dell’Ospedale di Parma. Porta con sè nella tomba i segreti dei rapporti fra mafia e politica.

Di Marco Narzisi

Pochi personaggi, negli ultimi decenni, hanno incarnato il concetto di Male in modo calzante come Totò Riina. La lucidità nel compiere personalmente e nell’ordinare efferati delitti, l’assenza di ogni scrupolo morale, la mancanza di qualsiasi segno di pentimento fanno di Riina uno dei criminali più feroci dei giorni nostri. Ciò che forse colpisce più di ogni cosa nella storia del boss di Corleone è la costante ricerca del potere e del controllo, prima sulla stessa Cosa Nostra, poi nei confronti dello Stato: una sorta di costante prova di forza per rendere chiaro chi comanda ed affrancarsi dall’idea di essere manovrato da altri, oscuri poteri.

Riina, insieme al Clan dei Corleonesi fra i tardi anni Cinquanta e gli anni Settanta, scalò i vertici di Cosa Nostra con metodi nuovi e di, fino ad allora, inaudita ferocia e spegiudicatezza, prendendo violentemente il sopravvento sulla “vecchia” mafia, quella legata al mondo agrario, stracciando il vecchio, presunto “codice d’onore” (che, fra le altre cose, escludeva donne e bambini dal novero dei bersagli) in nome di un’attività criminale fondata sull’assoluta ferocia senza alcuno scrupolo morale, e improntata alla ricerca del profitto economico, anche attraverso traffici, come quello di stupefacenti, verso cui i vecchi boss avevano ancora parecchie resistenze. Riina, per garantirsi un posto di vertice, non ha esitato a scatenare una guerra di mafia contro i propri avversari sul finire degli anni Ottanta, eliminando quasi 200 mafiosi legati agli ex-alleati Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti e circondandosi di membri della cosidetta “Cupola” a lui assolutamente fedeli.

Nella sua guerra contro lo Stato Italiano, Totò Riina non ha guardato in faccia a nessuno: sotto i colpi degli uomini da lui armati son caduti politici, come il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il segretario regionale del PCI Pio La Torre, e uomini dello Stato, come il giudice Rocco Chinnici, il prefetto Dalla Chiesa, il commissario Boris Giuliano,e via dicendo. “Totò la Belva”, com’era soprannominato per la sua ferocia, non ha avuto alcuno scrupolo nella scelta delle armi da usare per dare l’ennesima, tragica dimostrazione di forza contro i suoi nemici, scatenare il terrore: dai mitra e dalle pistole si è passati agli esplosivi, nel 1992 saltano in aria i giudici Falcone e Borsellino. Altre tre bombe esplodono nel 1993: la prima, a Roma nel quartiere dei Parioli, manca il bersaglio designato, il presentatore Maurizio Costanzo, ferendo 24 persone; la seconda, a Firenze in Via dei Georgofili, uccide la famiglia Nencioni e lo studente Dario Capolicchio; una terza, a Milano, uccide un vigile urbano, 3 pompieri e un immigrato che dormiva su una panchina. Dal carcere, dopo l’arresto del 1993, Riina non mostra alcun segno di pentimento: è baldanzoso, fiero della sua mafiosa coerenza, spavaldo nel lanciare minacce ai magistrati e ai pentiti e nel rivendicare i suoi crimini. Totò Riina è stata una persona pericolosa fino all’ultimo, avendo speso le sue ultime energie per continuare a cercare di far paura ai suoi nemici al di fuori del carcere. Totò La Belva è stato tale per tutta la sua vita, non ha mai smesso di essere un mafioso, non ha mai parlato, e morendo ha portato con sé nella tomba i segreti dei rapporti fra mafia e politica, a partire dalla connivenza dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, all’omicidio dell’eurodeputato DC Salvo Lima, per finire alla presunta trattativa fra Stato e Mafia per fare cessare le stragi: intrecci e misteri d’Italia su cui, probabilmente, non sarà mai fatta luce.

Al di là di discorsi sulla dignità nella morte, rimane un punto fondamentale: nessuno ha privato Riina del diritto di morire in modo dignitoso, è morto in una stanza di ospedale, seppur nel reparto riservato ai detenuti, ma pur sempre in un luogo in cui ha potuto ricevere le cure necessarie fino all’estremo momento. Momento che ha vissuto da mafioso, quale è sempre stato, e da mafioso è morto, con dignità ma privo di quella libertà di cui è stato privato per aver stroncato decine di vite: questa, al di là dei moralismi, è la Giustizia. Come ha scritto qualcuno sui social, adesso la montagna di merda è un po’ più bassa.

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