Ostia, mafia e fascisti avanzano nel vuoto

La testata di Roberto Spada al giornalista di Rai Due è l’apice dell’avanzata fascista-mafiosa su Roma nell’assenza della sinistra

Di Roberta Condemi

“Nord, Sud, Ovest, Est, Roma è

così grande che di notte ti prende, ti inghiotte

fotte la mente

un gigante che ti culla tra le urla che non sente

ti compra, ti vende, ti innalza, ti stende,

ti usa se serve, ti premia, ti perde”…

(Piotta – 7 Vizi capitale)

All’estremo Sud di questo gigante cantato dal rapper romano Piotta, adagiata alla foce del fiume Tevere, si trova Ostia. Se fosse un Comune a sé sarebbe la 14esima città d’Italia con i suoi 230’000 abitanti. Invece è un grande quartiere di Roma, collegato al centro da un trenino che porta il poetico nome di “Freccia del Mare”. Sì, perché a Ostia c’è il mare, il mare di Roma. A Ostia si sono “dune meravigliose”, come le definiva, in modo un po’naif, l’ex sindaco Marino, un lungomare retrò e una rotonda ampia, nuova, che si affaccia sulle onde del Tirreno.

A Ostia i romani si riversano in massa durante la bella stagione, fin dai tempi del film neorealista “una domenica d’agosto”, con gli avanzi della cena della sera prima in borsa e l’entusiasmo delle gite fuori porta. Pochi chilometri e il caos della città è alle spalle, circa quaranta minuti di auto e si respira iodio.

Ostia però non è solo questo. Ostia è un enorme agglomerato urbano, nel quale gli abitanti lottano per sopravvivere nell’omertà e nell’indifferenza e nemmeno fanno più caso al blu del mare.

Le strade sono rotte, i servizi non funzionano, la disoccupazione è alle stelle. Soprattutto, Ostia è un laboratorio di criminalità organizzata, il crocevia di mafia, camorra, ‘ndrangheta, uno snodo di spaccio fondamentale. Piazza Gasparri, a Nuova Ostia, è definita il Bronx di Roma, terra di nessuno, dove comanda solo la malavita.

E proprio a Ostia, martedì, si è consumata una violenza inaccettabile.

Roberto Spada, esponente di un clan di origine Sinti, ha rotto con una testata il setto nasale di un giornalista di Rai Due e picchiato con un bastone il suo collaboratore, rei di aver fatto troppe domande sul sostegno del suo clan a CasaPound, partito di estrema destra che si è imposto nel quartiere nelle ultime elezioni.

La testata ha indignato l’opinione pubblica, Roberto Spada, che ha precedenti per estorsione con metodi mafiosi, è stato fermato ma tutto ciò trasuda ipocrisia. Davvero ci accorgiamo solo adesso che a Ostia esiste la mafia? E che va a braccetto con la destra più estrema e violenta del Paese?

Solo i più ingenui possono aver ignorato anni di spaccio, di abusivismo edilizio, di mancanza assoluta di regole. La sinistra, ad esempio, più impegnata in battaglie radical chic come la contesa tra Roma e Venezia per il Festival del Cinema o dibattiti su piste ciclabili (peraltro fantasma) che ad occuparsi concretamente dei problemi di Ostia. Ha perso la voglia di ascoltare gli ultimi, di lottare al fianco delle persone oneste contro il crimine. Ha fallito nel far capire che il vero benessere si può perseguire solo attraverso la legalità.

E così ha lasciato che dei problemi del sociale, che dovrebbero essere il fulcro dell’azione dei partiti di sinistra, se ne occupasse  invece la mafia, che della cosa pubblica si serve per arrivare ai suoi scopi. Insieme a CasaPound, la mafia degli Spada e dei Fasciani ha fomentato le paure più becere dei cittadini, li ha messi contro i migranti, i più poveri tra i poveri, aizzandoli alla lotta come i capponi di manzoniana memoria. Ha accusato i migranti di rubare ai cittadini onesti di Ostia la casa e il lavoro, mentre la mafia, indisturbata,  ogni giorno ruba loro il futuro e la dignità. Ha garantito una falsa sicurezza, distribuito pacchi di pasta e soldi alle famiglie in difficoltà, ascoltato i più disperati, promesso loro un aiuto che dovrebbe arrivare, invece, dallo Stato. Che, indifferente, lascia ancora una volta che la mafia agisca laddove egli non vede o non vuol vedere.

Il sindaco, che pure ha potuto contare sull’appoggio di molti elettori a Ostia, si dice indignato e ha organizzato una marcia per la legalità. Ma camminare insieme urlando slogan poco convintamente non serve. La mafia si combatte con la forza della legalità.

E così ora quella testata al giornalista è una testata a tutti noi, è forte come l’urlo di dei romani onesti al gigante cantato da Piotta. Quel gigante che non sente, ma usa se serve e poi abbandona.

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