Perchè il Ticino è povero

Un’analisi economica delle cause della crescente percentuale di povertà in Ticino rispetto al resto della Svizzera

Di Ronny Bianchi

Perché in Ticino i poveri (17%) sono più del doppio rispetto alla media nazionale come evidenziato da una recente pubblicazione dell’Ufficio Federale di Statistica? Per rispondere a questa domanda sarebbe evidentemente necessario molto più spazio di quello permesso da un articolo e quindi cercherò di essere sintetico, sottolineando che la mia è necessariamente solo una parte del problema, quello dello sviluppo economico.

  1. Iniziamo con un esempio generale. Un lavoratore del settore ristorazione/alberghiero genera un valore aggiunto di circa 60’000 franchi ogni anno, mentre nel settore assicurativo, farmaceutico, distribuzione di elettricità si superano abbondantemente i 250’000 (i dati sono pubblicati regolarmente dal Credit Suisse). È quindi chiaro che è preferibile avere un’economia con una preponderanza di settori produttivi in grado di generare un valore aggiunto per addetto elevato e dove, naturalmente, i salari sono più elevati. Non è questo il caso del Ticino, dove si fanno i salti di gioia quanto i pernottamenti aumentano di un qualche punto percentuale, ma non ci si occupa mai seriamente dei settori realmente competitivi.
  2. Il nostro Cantone non ha mai avuto una vera politica industriale. Alla fine della seconda guerra mondiale siamo passati, in pochi anni, da un paese di emigranti a un’economia terziaria, basata sul settore bancario, grazie alla gestione (passiva) degli enormi patrimoni provenienti dall’Italia. L’indotto è stato importante permettendo un forte sviluppo del settore edile (largamente protetto) e della pubblica amministrazione. Oggi però il settore bancario si è notevolmente ridimensionato e anche la pubblica amministrazione è in cura dimagrante sia in termini di personale che di stipendi.
  3. Le regie federali, fino a pochi anni fa, hanno assicurato molti posti di lavoro, ben remunerati, senza porre troppo attenzione alla produttività. Come sappiamo le cose sono cambiate: molto posti di lavoro sono stati soppressi e la produttività è ora un obiettivo centrale.
  4. Il comparto industriale ha una quota di Pil cantonale più o meno stabile attorno al 20%. Il panorama è però molto variegato. Accanto a un numero importante ma minoritario di imprese competitive sui mercati nazionali e internazionali, abbiamo molte imprese che hanno potuto sopravvivere grazie a un mercato protetto e con il “cappello” pubblico che ha sempre garantito i fondi necessari nei momenti di crisi. Anche questa strategia è però incamminata sulla via del tramonto.
  5. Il Ticino non ha mai avuto una vera politica industriale navigando, spesso, a vista con leggi sull’innovazione e con strategie puntuali, che non hanno dato risultai tangibili. Basti pensare al fallimento di alcuni progetti di zone industriali (esempio Biasca) e/o di parchi tecnologici (esempio Mendrisiotto/Balerna, Officine). Anche le strategie fiscali non hanno dato le risposte sperate, anzi, probabilmente sono addirittura opposte a quanto auspicato perché molte imprese si sono accontentate della riduzione dei carichi fiscali invece di aumentare gli investimenti e quindi la produttività. La prova è che la produttività del lavoro in Ticino è tra le più basse della Svizzera e il gap si amplia invece di ridursi (analisi Seco). Puntando su supermercati e magazzini, è difficile incrementare la competitività di una regione.

All’interno di questa dinamica di lungo periodo, non possiamo quindi stupirci di avere imprese deboli che pagano salari miseri. Deficit che finora sono stati ammortizzati dagli importanti aiuti sociali pubblici (sopra la media nazionale). Tuttavia anche da questo lato non dobbiamo aspettarci nulla di importante proprio perché se lo Stato incassa meno, elargirà anche meno.

Come detto all’inizio, l’analisi della realtà ticinese è ben più complessa di quanto possa fare l’elenco di 5 punti sintetici prettamente economici. Tuttavia – a me sembra – che si debba iniziare a ragionare proprio su questi aspetti che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’economia cantonale negli ultimi settant’anni. Naturalmente l’esercizio ha senso solo se esiste una reale volontà di cambiare direzione, cosa di cui mi sembra lecito dubitare.

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