Il poeta della Scientifica ticinese

Fa discutere la “poesia” pubblicata dal giornalino della polizia cantonale. Ma non è tutto scuro e tragico come sembra

Di Fabio Amorth

Arrabbà, ciccì, coccò, c’è il cadavere di un impiccò:

è un bel morto, puzzolente, e l’odore lo si sente!

Nero, gonfio, putrefatto ma che gioia… per il tatto!

E i “giovannini” saltellanti, se la spassan tutti quanti!

Del marciume, loro han fatto libagione,

e come conseguenza, una bella indigestione!

Quel che resta, guai a chi lo butta via:

bisogna eseguire subito l’autopsia!

All’obitorio, portiamo il mucchio degli ossetti,

ma ci teniamo il cranio per metterci i confetti!

A chi gli chiedeva se lui si considerasse un poeta, Fabrizio De André (prendendo in prestito le parole del filosofo Benedetto Croce) rispondeva che “fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.”

Evitando di ammorbarvi con l’esegesi del testo poetico qui sopra riportato dal titolo più che esplicito “Un cadavere da scoprire”, quel che va invece sottolineato è che l’autore di questi versi non è né un cretino e neppure un cantautore, ma l’ormai ex capo della polizia scientifica Emilio Scossa Baggi. Versi che – va messo a verbale – risalgono al 1987 e che sono stati rispolverati e ripubblicati in occasione del suo commiato dalla Scientifica sul numero di ottobre di Polizia Ticinese, il giornalino della Polizia Cantonale. Non tutti hanno però gradito le rime, anzi, qualcuno le ha proprio trovate indigeste. “Humor nero ma non voleva essere irrispettoso” ha commentato, scusandosi, la redazione della rivista rispondendo a chi aveva obiettato che forse si era peccato di poca sensibilità. Soprattutto sulla scorta del fatto – aggiungiamo noi – che la pubblicazione, in pratica, è coincisa con il suicidio avvenuto alla Farera e a poche settimane di distanza da quello che era stato definito come un picco inspiegato di suicidi, verificatosi in Ticino tra la metà di agosto e il mese di settembre.

Ma, attenzione, in tutta questa faccenda, a ben pensarci, non ci sono solo risvolti negativi. Constatare che dietro alla divisa e allo sguardo severo di un agente di polizia si nasconda l’animo gentile di un poeta non è affatto una notizia di poco conto. Un po’ più improbabile è che tali poesie possano valere un premio Nobel per la letteratura. Ma questa è un’altra storia. Rimane però il fatto che confrontarsi con la miseria e la disperazione umana, più o meno quotidianamente, non è mica facile. Ed Emilio Scossa Baggi e i suoi colleghi poliziotti, in fondo, lo sanno bene.

In una società in cui apparire conta più dell’essere, è terribile sentirsi inadeguati e incapaci di affrontare la pressione e le incombenze che la vita, giorno dopo giorno, inesorabilmente, ci carica sulle spalle. Gendarme o ladro poco importa. Perché nel mentre in cui corri e ti affanni per non inciampare, e rimani in piedi e corri ancora più forte, poco importa se sei inseguito o sei l’inseguitore. Ciò che conta è avere buone gambe e correre. In fondo siamo tutti passeggeri a bordo della stessa barchetta, sbattuta di qua e di là dalle onde di un mare in perenne burrasca. Un mare che, per chi ha stomaci deboli e la nausea facile, non va mica un granché bene. È dura non riuscire a smettere di vomitare, tirando su anche l’anima. E a furia di farlo aggrappati in bilico sul bordo delle paratie, è un attimo cadere nell’oceano mare e addio per sempre. Fortuna che in questo orrore, fatto di schifo e di spavento, a darci coraggio, a salvarci, ci siano a volte la poesia, i versi e la gioia di vivere, la forza di sorridere di chi riesce ancora a farlo, malgrado la tempesta.

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