Si fa presto a dire Università…

Continua il fenomeno delle pseudo-università private che conferiscono titoli senza alcun valore

Di Fabio Amorth

Qualche tempo fa, arrivando in treno a Chiasso, poco distante dalla stazione, non ho potuto fare a meno di notare una palazzina tutta tempestata di scritte, qualcuna anche in latino, tant’è che mi sono subito chiesto di che diavolo si trattasse. Una loggia massonica? Una setta simil-Scientology? No. Era la sede dell’IPUS, l’Istituto Privato Universitario Svizzero la cui travagliata vicenda, conclusasi alcuni giorni fa con un bel multone per aver impropriamente utilizzato l’appellativo di “università”, non può che farci riflettere.

Nel maggio di quest’anno poi, l’istituto scolastico era approdato fino al Tribunale Federale nel tentativo di opporsi all’istanza del luglio del 2016, quando il rettore aveva chiesto il fallimento senza preventiva esecuzione dell’Istituto, per un passivo di poco più di 30.000 franchi di stipendi non pagati. Ma il Tribunale Federale, dopo aver attentamente esaminato le carte presentate in occasione del ricorso, aveva comunque respinto la richiesta dell’IPUS perché fatti e mezzi di prova erano stati ritenuti confusi o inammissibili. Del resto gli esami nella vita non finiscono mai. Perci, o ci arrivi adeguatamente preparato, oppure non c’è che d’aspettarsi una sonora bocciatura, com’è puntualmente arrivata in questo caso.

Così l’IPUS, malgrado ce l’avesse messa tutta provando a darsi un tono da ateneo titolato con corsi di fisioterapia, scienze infermieristiche, psicologia, scienze della comunicazione, economia e giurisprudenza, alla resa dei conti si è, ahimè, scoperto essersi spacciato per quello che in realtà non era. Con “zero tituli”, come avrebbe probabilmente sottolineato il professor Mourinho all’epoca in cui era ancora allenatore dell’Inter. E dovrà perciò sborsare la modica somma di 10.000 franchi (il doppio di quanto richiesto dal procuratore pubblico Antonio Perugini) per aver ripetutamente violato la legge federale sulla promozione e sul coordinamento del settore universitario svizzero e della relativa regolamentazione cantonale. Sì, perché le parole sono importanti. Bisogna dar loro il giusto valore. La resistenza opposta dalle parole – il frutto di quel virus che si chiama pensiero – non va affatto sottovalutata, soprattutto in una società bulimica, nella quale l’apparenza conta più dell’essere.

Ma, tranquilli, perché la moda dei finti atenei che crescono come funghi sul web, con improbabili programmi didattici, spedendo gli studenti in Romania o in Albania per sostenere esami farsa necessari a conseguire lauree farlocche non è un’esclusiva del Canton Ticino e di Chiasso in particolare, ma piuttosto una moda generalizzata e molto in voga un po’ ovunque negli ultimi anni.

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