Sudafrica: lo Stato non è una ditta

Reportage dal Sudafrica, un Paese che fra mille difficoltà sta cercando di sostenere la classe media. Il contrario del Ticino, insomma

Di Moreno Zilli

Una settimana fa sorseggiando una birra a Clarens, osservavo alcuni bambini che giocavano a pallone nel parco davanti al bar. Alcuni di loro bianchi, altri di colore. Niente di speciale, state pensando, ma non si tratta di Clarens, Canton Vaud, bensì di Clarens nel Freestate del Sudafrica. La roccaforte dei boeri, gli ex coloni olandesi venuti nell’’800. Ragazzoni grandi e grossi che per la maggior parte sono agricoltori, una vita che non mi sembra molto facile. Mi ricordano i nostri contadini. Ma non è questo il punto.

Il pensiero torna agli anni di segregazione razziale, la tristemente famosa Apartheid. E’ per questo motivo che il quadretto diventa interessante, quasi commovente. Sono bambini, giocano insieme, ora possono. E’ la prima generazione che cresce senza l’Apartheid. Il lavoro di Nelson Mandela, ma anche di molti altri, inizia a dare i sui frutti.

Putroppo sono un maledetto realista. Il quadretto dei bambini che giocano nel parco viene turbato dalle immagini delle Townships che ho visto durante il mio viaggio che mi ha portato da Città del Capo a Johannesbourg. Anche nelle Townships ho visto bambini giocare, ma tra casupole fatiscenti e spazzatura che non viene raccolta. La miseria buttata in faccia, in pieno contrasto con il fasto delle abitazioni in riva al mare di Città del Capo, delle ville in campagna o delle auto di lusso che sfrecciano nelle città. No, non è il primo viaggio nel continente africano; purtroppo ho visto di peggio delle Townships. Questa volta però è il palese divario di condizioni di vita che mi rende il viaggio più difficile. Eliminato l’Apartheid razziale, resta quello sociale che colpisce senza distinzione del colore.

Il “nuovo” Sudafrica ha comunque una storia giovane (le prime elezioni dopo Apartheid si sono tenute nel 1994) ed è quindi comprensibile che i problemi strutturali e sociali non si possano risolvere in pochi anni. Gli anni di sanzioni economiche, la distribuzione di ricchezza ristretta ad una sola fascia della popolazione e l’insediamento della gente di colore in zone del Paese sfavorevoli hanno lasciato un’eredità economica pesante. Malgrado queste difficoltà il Paese ha varato programmi per l’istruzione, la costruzione di case (che si possono chiamare tali), l’occupazione. Ci vorranno però ancora delle generazioni per colmare il divario. Una delle priorità è incrementare il ceto medio e creare lavoro. Si vuole quindi dare una prospettiva alla popolazione. In un paese con il 25% di disoccupazione è un’impresa titanica. Malgrado tutto mi sembra di avvertire ovunque una certa positività.

Tornato alle nostre latitudini le prime notizie che mi saltano all’occhio sono proposte di salari minimi indecenti, aumento della povertà, sgravi fiscali. Ecco, l’Apartheid sociale avanza anche da noi. Anche dove non dovrebbe avanzare (non siamo uno dei Paesi più ricchi al mondo ?). Succede esattamente il contrario che in Sudafrica. Invece di rafforzare la classe media, la si smantella. Tutto il sistema sociale costruito con fatica negli scorsi decenni, e che ancora resta un motivo di vanto, viene preso a mazzate giornalmente. Sarebbe ora di capire che lavoratori a basso costo (perchè e di questo che si tratta) non sono la soluzione per un Paese e che uno Stato non è una ditta. La gente ha bisogno di prospettive e positività e non di meri calcoli contabili e discussioni sulla distribuzione dei dividendi. C’è bisogno di umanità (ubuntu), su questo ho l’impressione che i Sudafricani siano più in avanti.

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