(S)ventura mondiale

Dopo la disfatta della Nazionale italiana che non è riuscita a qualificarsi per la Coppa del mondo che si disputerà l’anno prossimo in Russia, il ct Gian Piero Ventura annuncia le sue dimissioni, poi smentisce

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Gli sfottò, gli sberleffi sui social e nella Rete si sprecano. L’esclusione della Nazionale di calcio italiana dai Mondiali del prossimo anno in Russia è talmente clamorosa e inaspettata che la rabbia e la fantasia dei tifosi, ma anche la malignità dei detrattori di questa squadra e del suo allenatore Gian Piero Ventura, sono esplose in una profusione di commenti e di meme. Frasi, battute e immagini che con grande vivacità e ironia hanno fotografato e incorniciato l’inciampo degli Azzurri e la buca nella quale Buffon e compagni sono caduti. Dalle istruzioni su come si monta un GÖL Ikea, alla panchina da giardino omaggio per Gian Piero, la multinazionale svedese del mobile, com’era del resto prevedibile, è stata tirata in ballo in più di un’occasione. Qualcuno ha perfino scomodato la storia con la S maiuscola, accostando Ventura a Napoleone e a Hitler. Tutti e tre desideravano conquistare la Russia, ma nessuno di loro ce l’ha fatta.

Battute a parte, volendo abbozzare le ragioni che hanno portato a quella che um giornale, facendosi un po’ prendere la mano, ha già definito come “l’apocalisse Italia”, può essere utile ripercorrere a ritroso, ma nemmeno poi di molto, la storia calcistica recente della squadra azzurra. Prendiamo per esempio le squadre e i giocatori degli ultimi due mondiali vinti dagli Italiani. Qualche crepa e qualche scricchiolio già salta subito all’occhio. Quella di Zoff e Paolo Rossi di España 82 era una squadra con una tempra e una caratura ben diversa da quella che nel 2006 vinceva a Berlino contro la Francia una finale segnata dalla testata di Zidane e la relativa espulsione, che avrebbe così regalato il titolo a Buffon, Materazzi e compagnia bella. Certo, il calcio, dagli anni Ottanta a oggi è radicalmente cambiato. Soprattutto se pensiamo ai ritmi e alla velocità di gioco e al fatto che ormai più nessuno si può permettere di camminare in campo. Ma anche la società tutta è radicalmente cambiata e con essa – a quanto pare – anche i valori e gli ideali in gioco. Incarnati da calciatori la cui vera preoccupazione, più che la qualificazione mondiale, sembra essere di che colore ordinare l’ultimo modello di Ferrari.

Non meno importante è stato poi il ruolo giocato dall’allenatore Gian Piero Ventura. Infatti un allenatore così opaco e pasticcione non s’era mai visto. Un commissario tecnico lontano anni luce dai Bearzot, dai Sacchi e dai Lippi. Uno che, fra l’altro, in passato aveva dichiarato di allenare “per libidine”, guadagnandosi per questo motivo l’appellativo di Mister Libidine. Proprio così. C’è stata invece la disfatta. Le scuse, le lacrime di Buffon. FINE. Questo il titolo de “La Gazzetta dello Sport” . Ma soprattutto l’incredulità di una nazione scippata di un sogno, tanto che qualcuno ha perfino twittato un tragicomico: “Speravo di morire prima”.

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