Tavecchio, addio arrogante e senza dignità

Il presidente della Federcalcio italiana si dimette ma rifiuta di addossarsi ogni responsabilità nel fallimento della Nazionale

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La tragicomica vicenda dell’eliminazione dell’Italia dai Mondiali ha, forse, il suo definitivo epilogo con le (attese) dimissioni del presidente della Federazione Gioco Calcio Carlo Tavecchio. Ma chi si aspettava un’uscita di scena dignitosa e con piena assunzione delle responsabilità che nascono dall’essere al vertice del sistema calcistico italiano è rimasto deluso, forse anche disgustato.

Pensavamo che il culmine si fosse raggiunto con la ridicola sceneggiata lacrimosa a “Le Iene”, ma il culmine doveva ancora arrivare, con la conferenza stampa odierna e, prima ancora, con il  Consiglio Federale in cui Tavecchio ha annunciato le proprie dimissioni. Non una sola assunzione di responsabilità da parte dell’ormai ex numero uno della FIGC, non un singolo gesto di dignità e onestà intellettuale nell’ammettere di essere parte consistente del fallimento dell’avventura mondiale e, prima ancora, del progressivo declino del calcio italiano. Tavecchio alza la voce, urla, punta il dito a destra e a manca, parla di sciacallaggio politico e di colpe non sue, in perfetto stile italico: è Lippi che ha scelto Ventura, la Lega Pro lo ha tradito e scaricato per motivi politici, il CONI non dà abbastanza soldi e vuole commissariare la Federazione contro le regole, è colpa degli altri che vogliono i grandi nomi in panchina anche se sono tutti impegnati e mica non vengono perché c’è lui. La sua unica colpa, a suo dire? “Forse non essere intervenuto a Milano per cambiare allenatore alla fine del primo tempo…”.

Insomma, Carlo Tavecchio dipinge se stesso come una specie di eroe del calcio italiano, alla cui uscita di scena i suoi ragazzini delle Leghe dilettanti piangeranno, rimpianto dai calciatori della Nazionale con cui nel ritiro per gli Europeri 2016 ha passato ore giocando a boccette, colui che, a suo dire, ha fatto dell’Italia il Paese più influente a livello decisionale in Europa. E poco importano le sue gaffe su “Opti Poba che mangiava banane in Africa e ora gioca in Italia”, o frasi come “Non ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada” o “Tenete lontano da me gli omosessuali, non ho niente contro di loro ma io sono normalissimo”. Dicevamo in un nostro articolo di qualche giorno fa che il calcio è lo specchio di un Paese: ebbene, probabilmente l’uscita di scena arrogante e prevaricatrice, senza dignità, auto-deresponsabilizzante e piena di sé di un personaggio come Tavecchio (di cui si vocifera che potrebbe essere candidato al Senato da Berlusconi) ne è una conferma. Ma alla fine, l’attaccamento alla poltrona non ha pagato, e chi vive il mondo del calcio direttamente e non solo da dietro una scrivania ha compreso la necessità di voltare pagina e rifondare un sistema che è ormai malato: a partire da Damiano Tommasi, che in qualità di presidente dell’Associazione Calciatori ha duramente attaccato Tavecchio ponendo le sue dimissioni come pregiudiziale per la prosecuzione del dialogo e abbandonando il tavolo delle trattative in polemica con la scelta del suddetto di non dimettersi all’indomani dell’eliminazione.

Adesso è tempo che il calcio italiano ritrovi se stesso e la propria ragione di esistere, ripartendo dall’onta della mancata partecipazione ai Mondiali per ricostruire il sistema, partendo dal valorizzare le componenti positive e svecchiando tutto l’apparato, emarginando personaggi il cui unico contributo al mondo del calcio può essere disastroso, dai vari Lotito ai Tavecchio. E, prima ancora, recuperando il valore che il suddetto Tavecchio sembra aver smarrito e che Gian Piero Ventura, colui che ha rifiutato di dimettersi per farsi esonerare e incassare la buona uscita, ha sepolto sotto 800mila euro: la dignità.

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