Arabia Saudita, al cinema dopo 35 anni

Il principe ereditario abolisce il divieto di andare al cinema, ma nonostante le ultime aperture, nel Paese continua la repressione di ogni forma di dissenso

Di Fabio Amorth

C’è un vento nuovo che spira fra la sabbia delle dune del deserto saudita. Ma Lawrence d’Arabia non c’entra. O meglio, c’entra, ma solo nella versione in celluloide, inteso cioè come il film kolossal del 1962 con Peter O’Toole, vincitore di sette premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la miglior regia. C’entra perché dopo 35 anni di divieto sarà di nuovo possibile tornare a volare al cinema anche in Arabia Saudita. Un’apertura, voluta dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, che s’iscrive nel solco del programma di riforme avviate nel regno del Golfo Persico dal giovane rampollo della famiglia reale. Mohammed Bin Salman, stando alle rivelazioni del Wall Street Journal, sarebbe anche il reale compratore, il Paperon De’ Paperoni, che di recente si è accaparrato il celeberrimo dipinto intitolato Salvator Mundi e attribuito a Leonardo da Vinci. Un opera del maestro fiorentino battuta all’asta per la cifra record di 450 milioni di dollari. Dunque quello del principe ereditario al trono che, a soli 32 anni, è anche il più giovane ministro degli esteri sembra essere davvero un nuovo corso. Nel segno della cultura. Di un dono prezioso quanto l’acqua nel deserto.

A dare la notizia della riapertura delle sale chiuse è stato, a sorpresa, il ministro della Cultura e dell’Informazione Awwad bin Saleh Alawwad che ha solennemente dichiarato “questa decisione fa da spartiacque nello sviluppo dell’economia culturale nel regno. La Commissione generale per i media audiovisivi ha già avviato il processo di rilascio delle licenze per i cinema. Ci aspettiamo che le prime sale possano aprire a marzo del prossimo anno”.

Un timido raggio di sole sembra dunque illuminare lo Stato arabo che, comunque sia, rimane fra i più ultraconservatori al mondo e che, secondo il rapporto annuale 2016-2017 di Amnesty International, il 2 gennaio, ha festeggiato l’inizio del nuovo anno con l’esecuzione capitale di 47 persone, di cui, stando alle notizie fornite dalle autorità, 43 sono stati decapitati e altri 4 fucilati, in 12 diverse località del paese. E, raffreddare ancor di più gli entusiasmi, il fatto che le svolte promosse dall’attuale governo che – a partire dal gennaio del prossimo anno – ha dato la possibilità alle donne di guidare e di andare allo stadio, sono vissute dalle aree più conservatrici come una minaccia all’identità culturale e religiosa del paese. Tanto che, nei mesi passati, il gran mufti Sheik Abdul Aziz, la massima autorità religiosa del regno, ha ribadito con forza il fatto che i film, la musica, i concerti ma anche la recente iniziativa di riaprire le sale cinematografiche sono solo l’anticamera di corruzione e depravazione.

Così, malgrado non si possano nascondere i sostanziali passi avanti fatti da Mohammed Bin Salman, la traversata intrapresa per andare oltre il deserto civile e morale nel quale il Paese langue da decenni è ancora lunga e il cammino impegnativo. Soprattutto quando nel rapporto di Amnesty di cui sopra si legge che “le autorità hanno mantenuto le rigide restrizioni imposte alla libertà d’espressione e represso il dissenso. Hanno vessato, arrestato e perseguito penalmente persone critiche, compresi scrittori e commentatori online, attivisti politici e dei diritti delle donne, membri della minoranza sciita e difensori dei diritti umani, incarcerandone alcuni dopo che i tribunali li avevano condannati a pene carcerarie sulla base di accuse formulate in maniera vaga.” Tutto questo senza nessuno scrupolo, facendo largo uso della tortura per estorcere false confessioni e terrorizzare le proprie vittime. Proprio come nel peggiore dei film horror.

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