Buon Natale al morto Ignazio

È un anno che Ignazio è morto bruciato. Solo, in un sottoscala a Massagno.

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Chi ricorda ancora Ignazio, il suo sorriso gentile e la sua pelata lustra? Ma si, dai, il pizzaiolo di Torre Annunziata, Ignazio Cirillo! Come fate a dimenticarlo? C’erano anche le foto, quella bella mentre suona la pianola col blazer blu e la cravatta a righe, o quella da scemo sotto la neve col cappello da cow boy. O quelle coi figli con gli occhioni dolci che raccontano il calore mite del meridione campano. Che bella la figlia coi boccoloni castani…eh già.

C’aveva una chiave di violino tatuata sulla mano Ignazio, e delle note col rigo musicale, che ci piaceva tanto la musica a lui. Gli piaceva suonare musica napoletana con la chitarra, lo sanno tutti che sono malati delle loro canzoni questi napoletani e anche all’estero, quando migrano, si portano dietro questo sacchettino di malinconia: Malafemmina, I’ te vurria vasà, Reginella, O surdato ‘nnammurato.

È un anno che Ignazio è morto bruciato. Solo, in un sottoscala di merda a Massagno.

Faceva freddo quella notte. Ignazio aveva cercato riparo per la notte. Era andato anche a casa Astra, Ignazio, l’unico posto dove un povero disgraziato senzatetto può andare in Ticino, perché lo Stato non se ne occupa, di quelli come lui. Magari erano pieni o lui non aveva voglia di andarci e per le panchine era troppo freddo.

Un uomo normale caduto in disgrazia, scriveva un anno fa La Regione. Problemi di alcool, niente più lavoro, la miseria e la vergogna di tornare a casa. Un bivacco improvvisato in quello scantinato e magari un fornellino per scaldarsi e Ignazio ha preso fuoco. Woohf! È morto bruciando, Ignazio di Torre Annunziata, mica una bella cosa.

Non lo auguriamo a nessuno vero mannaggia?

Non so com’è sentire i morsi del fuoco, i vestiti che si appiccicano alla pelle, i nervi che muoiono urlando bruciati come fili d’erba piantati nella tua carne. I corpi bruciati sì, quelli ce li hanno fatti vedere alla tele. Sembrano delle salsicce carbonizzate tutte rigide. Oggi è un anno che quella pellaccia di Ignazio il pizzaiolo non c’è più. Sennò magari ci cantava “na canzunciella”. Sennò magari rideva e scherzava con noi con un bel bicchiere di vino. Un Falanghina del Sannio gli avrei offerto, quel Sannio che più di duemila anni fa aveva imposto ai Romani l’umiliazione delle Forche Caudine, ma questa è un’altra storia. Avremmo sgranocchiato una pizza di scarola, quella che si fa rettangolare per tagliarla facilmente a quadretti, che è tipica del Natale e di Capodanno.

E per salutarci io e Ignazio ci saremmo baciati sulle guance come fanno anche tra uomini da quelle parti. Saluti a casa, mi raccomando. Lo avrei visto andarsene nella notte col cappello da cow boy per proteggere la boccia e gli avrei dato un ultimo saluto dall’uscio.

Ho una debolezza, io amo i napoletani, ho un figlio che tifa Napoli e ne ho sposata una meravigliosa. Oggi è il 16 dicembre e i napoletani sono tanti, ce ne sono dappertutto, solo che hanno colori della pelle diversa e parlano lingue che non capiamo, vivono nella miseria, come anche tanta gente nostra. Dormono nei sottoscala e ogni tanto bruciano come candele di Natale, illuminando la nostra indifferenza.

Un bicchiere di generoso Falanghina alzo anche per loro.

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