Causò aborto a siriana, guardia di confine condannata.

Condannata la guardia di confine che nel 2014 rifiutò di prestare soccorso ad una donna siriana causando la morte del feto.

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Lesioni colpose, tentata interruzione di gravidanza, ripetuta inosservanza di prescrizioni di servizio. Per questi reati la guardia di confine che nel 2014, in Vallese, aveva rinviato in Italia una donna siriana in preda alle doglie senza prestarle soccorso, causando la morte del feto è stata giudicata colpevole dal Tribunale Militare 4 di Berna. (leggi qui). L’uomo è stato condannato a sette mesi di detenzione e 60 aliquote giornaliere di 150 franchi, pene entrambe sospese condizionalmente.  

Costa dunque carissima, all’agente, la crudele fretta di rimandare al più presto in Italia la donna e il marito, in barba ad ogni principio di umanità, essendo la donna in evidente stato di gravidanza, nonché, visto il reato per cui è stato condannato, anche ai suoi stessi doveri di servizio. Per i giudici militari, egli ha consapevolmente messo in conto la possibilità che la donna abortisse, e ciò nonostante, ha coscientemente e deliberatamente deciso di non chiamare alcun soccorso, per non ritardare le operazioni di rinvio in Italia della coppia. L’arroganza della guardia di confine, che aveva perfino dato la colpa al marito di essersi messo in viaggio con una donna incinta, non rimane dunque impunita.

Non c’è da gioire, comunque, per questa notizia, solo l’ennesima triste, tragica vicenda di ordinaria disumanità a cavallo delle nostre frontiere, che per una volta, quanto meno, viene sottoposta alla lente della Giustizia. Ma nessuno ridarà a Suha il suo bambino, ucciso dalla mancanza di empatia di una persona che è pagata per proteggere non solo i confini dello Stato, ma anche, e soprattutto le persone; una persona che, davanti a una donna sanguinante e a un bambino che ha avuto la sfortuna di decidere di nascere prima del tempo, da buon samaritano si è trasformato in Ponzio Pilato prima, in Caifa dopo.  Si dice spesso che le forze dell’ordine fanno solo il proprio lavoro: in questo caso, la guardia di confine non ha fatto neanche quello.

Ma il vero mostro, diciamolo, non è il doganiere. Il mostro è un sistema in cui leggi e regolamenti scritti da individui che ragionano di numeri anziché di persone sono più importanti della stessa dignità e della vita umana. È l’ideologia malata che ammorba le menti della gente con le balle sull’invasione, i falsi profughi, l’“aiutarli a casa loro” a far credere a queste persone che una donna che sta perdendo il suo bambino non è un problema loro, ma di qualcun altro dall’altra parte del confine. Ci saranno altre Suha, altri cadaveri di bambini partoriti, altre famiglie maciullate, prima che qualcuno si decida ad aprire seriamente corridoi umanitari, finchè la persona umana conterà più di un regolamento scritto in una stanza di un qualsiasi maledetto Parlamento, Commissione, Consiglio. Intanto ci teniamo questa condanna, diremmo tutti che giustizia è fatta, che la guardia di confine ha sbagliato. Bene, ottimo. Ma andatelo a dire a quella madre, adesso.

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